Elly Schlein: Non possiamo reggere un’unione in cui gli stati membri si fanno una concorrenza fiscale spietata tra loro

Pubblicato da Ernesto Micieli il

Nella cornice del TILT Camp, tenutosi a Monopoli (BA) dall’8 all’11 settembre, abbiamo intervistato Elly Schlein, europarlamentare di Possibile, sulla questione migranti e sulle politiche fiscali europee.

Cosa sta facendo il parlamento europeo riguardo alla questione migranti?

Il parlamento europeo ha votato a più riprese posizioni che chiedevano una politica migratoria solidale e di equa ripartizione tra stati membri, ma quello che ci troviamo difronte è il contrario: i governi europei, che si sono impegnati l’anno scorso a fare 160.000 ricollocamenti dall’Italia e dalla Grecia e 22.000 reinsediamenti da paesi terzi, nel giro di un anno ne hanno fatti solo 4.500, segno della totale mancanza di volontà politica e del grande egoismo che stanno tenendo in stallo l’Europa.

Quale è stata la risposta da parte del parlamento europeo?

Il parlamento europeo chiedeva di superare il criterio del primo paese d’accesso nel regolamento di Dublino, che crea un sovraccarico di responsabilità per i paesi ai confini caldi, e di mettere in atto meccanismi di redistribuzione di queste responsabilità, una vera e propria centralizzazione a livello europeo delle domande di richiesta d’asilo. Davanti a questo il consiglio, che è codecisore con il parlamento europeo, ha dato prova di essere teatro di beceri scontri interni motivati da egoismi reciproci. La tendenza che ne risulta, spesso passando sulle nostre teste come nel caso dell’accordo tra UE e Turchia, è quella di una progressiva esternalizzazione delle nostre frontiere, che è la risposta più sbagliata.

Quale sarebbe una possibile soluzione?

Io credo che sia opportuno andare fortemente nella direzione di soluzioni comuni europee e di aperture di vie legali e sicure d’accesso per chi chiede la protezione internazionale.

Cambiamo argomento. Cosa ne pensa riguardo ad un’unione fiscale europea e ad una redistribuzione delle ricchezze?

La redistribuzione è un punto centrale: come possiamo permettere che ci siano 28 politiche fiscali così diverse tra loro quando ci sono uffici legali di grandi multinazionali che studiano meccanicamente come approfittarsi di queste? Un esempio è il caso della Apple, che è stata richiamata dalla commissione a ridare indietro 13 miliardi di euro di tasse non pagate al fisco irlandese; la risposta dell’Irlanda: “non li voglio”.
Questa è l’assurdità e l’ipocrisia. Non possiamo reggere un’unione in cui gli stati membri si fanno una concorrenza fiscale spietata tra loro. È lì che bisogna andare verso un’armonizzazione, che non significa fissare aliquote uniche, ma utilizzare alcuni strumenti come lo scambio automatico di informazioni, la rendicontazione stato per stato per tutte le multinazionali che ci dicano quanti profitti fanno e quante tasse pagano in tutte le giurisdizioni dove sono operative. Con operazioni di trasparenza a basso costo si potrebbe fare molto per sventare queste pratiche elusive molto articolate: trasparenza sui beneficiari finali di aziende di trust per evitare che passino proventi di attività illecite, riciclaggio ed evasione attraverso società fantasma, e infine una riflessione su una direttiva che è bloccata da tempo sulla base imponibile consolidata comune; si tratta di porre criteri della base imponibile che siano uguali in tutta Europa e che impediscano di approfittarsi delle differenze e dei gap dei sistemi fiscali.

 

Ernesto Micieli

Categorie: IntervistePolitica

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