Come l’incuria e il Fascismo hanno messo in pericolo il greco d’Italia

Pubblicato da Teresa Apicella il

Nel Meridione d’Italia si parla greco. È un fatto le cui radici precedono l’epoca più antica a cui si possa richiamare qualsiasi ideologia identitaria fondata sulla romanità.

Eppure questo fatto è stato nel corso dei secoli prima ignorato, poi ne è stata misconosciuta l’importanza.

Ancora oggi il greco è diffuso a macchia di leopardo in alcuni paesi del Salento (la cosiddetta Grecìa), in Puglia, e della Bovesìa, in Calabria; per un totale di poche centinaia di parlanti (numeri variabili a seconda degli studi) per entrambe le aree.

Prima di incominciare qualsiasi discorso è fondamentale specificare cosa si intende quando si dice greco: non stiamo parlando del greco che è oggi lingua ufficiale della Grecia; si tratta invece di alcune varietà di greco differenti e indipendenti dalla tradizione linguistica della Grecia.
Il greco che è oggi lingua di Stato della Grecia, infatti, è frutto di una standardizzazione operata sulla dimotikí (lingua del popolo), riconosciuta nel 1970, con la messa da parte della katharevousa, ovvero un greco arcaizzante cristallizzato, allora lingua ufficiale, che si allontanava troppo fortemente dall’uso linguistico corrente.
Nulla di queste vicende politico-linguistiche ha riguardato invece l’Italia meridionale, le cui varietà sono, già solo per questo, un patrimonio unico e degno di tutela.

Ma la loro importanza non si riduce a questo, lo dimostra l’acceso dibattito sulla loro origine iniziato in epoca fascista.

Anche a causa del disinteresse che i numerosi dominatori che si sono avvicendati hanno avuto – eccezion fatta per la corte sveva di Federico II -, per la realtà linguistica e culturale del Meridione, la riflessione sul cosiddetto greco d’Italia, più correttamente grecanico, è stata per secoli povera e i suoi contenuti privi di interesse.

L’opinione più diffusa era che quest’ultimo fosse da ricollegare alle vicende dell’Impero Bizantino in quelle zone.
Tale opinione fu in auge soprattutto quando ci fu da unire l’Italia, o da annettere il Regno delle due Sicilie alla monarchia sabauda – fate voi! -, sulla base di una provvidenziale unione spirituale della penisola risalente alla comune romanità (ché schiava di Roma Iddio la creò!).

L’idea di una grecità relativamente recente, da riconnettere in ultima analisi con un impero che, per quanto grecofono, non era altro che l’ultimo spezzone dell’Impero Romano, era comoda e perfettamente funzionale al corso che si voleva far prendere alla storia.
Ancor più cruciale fu quest’idea per il Fascismo, il cui esasperato centralismo e i cui rituali grotteschi erano interamente modellati su un particolare travisamento della cultura romana, il cui nucleo era identificato con Roma e la penisola italiana in quanto sua irradiazione.

Ci volle un linguista tedesco dalla cultura sconfinata, profondo e appassionato conoscitore della realtà linguistica e culturale della penisola, per gettare in campo un punto di vista nuovo, cui tutti sin dall’inizio avrebbero dovuto pensare.

E se il greco parlato in Calabria e in Salento non fosse retaggio di immigrazioni di epoca bizantina, ma fosse l’ultimo riflesso della grecità di Magna Grecia e di Sicilia?
Molti fatti porterebbero a dedurre questo. Lo dimostra Gerhard Rohlfs nel suo Griechen und Romanen in Unteritalien, del 1924.
Innanzitutto, il greco non sembra avere nel Meridione lo stesso status che hanno altre minoranze linguistico-culturali come quelle slavofone, provenzali e albanofone: queste ultime sono infatti delle vere e proprie isole, chiaramente frutto di immigrazioni medievali.

La grecità linguistica e culturale, invece, sembra fortemente cementata. I suoi influssi sono visibili nel lessico, nella struttura linguistica, nella toponomastica e nell’antroponomastica dei dialetti romanzi ad esse circostanti: segno che l’area del greco doveva essere molto più ampia di quella che possiamo osservare oggi.
Rohlfs escludeva decisamente la latinizzazione effettiva delle aree di tradizione greca, di cui metteva in risalto la sostanziale grecità.

Ciò che oggi (e all’epoca di Rohlfs) di quella grecità rimane è una piccolissima parte di un’area grecofona di cultura greca, che è documentata fino ad epoche tarde, di gran lunga posteriori all’epoca della presunta romanizzazione, per tutto il Meridione:

Nella Sicilia orientale il greco è attestato almeno fino al V secolo.  Strabone testimonia che nel I sec. greco si parlava – accanto al latino – a Napoli, Taranto e Reggio: e se nelle città il greco era diffuso, è ancor più verosimile che esso lo fosse nelle campagne, e ancora per lungo tempo.

Il greco è lingua ufficiale dei documenti pubblici in Calabria (fino a Catanzaro) e nel Salento fino alla fine del XIII sec; e fino alla fine del XIII sec. parlava greco la Sicilia nordorientale (attuale provincia di Messina)

Lo studio di Rohlfs ebbe l’effetto di una bomba lanciata tra le fondamenta del potere fascista e della legittimità di un’unità recente e piena di contraddizioni.

Il dibattito è così cruciale che non si è ancora del tutto spento, anche se si è ormai quasi del tutto risolto a favore della tesi del Rohlfs, a favore, quindi, della grecità profonda quantomeno del Salento, della Calabria e della Sicilia originaria.

Oggi il greco si parla:

–         In Calabria attorno a Bova, nella cosiddetta Bovesìa, con i paesi di Roccaforte, Rochudi, Condofuri e Gallicianò; la varietà di greco qui parlata si chiama bovese;

–         In Salento, nella cosiddetta Grecìa, nei comuni di Calimera, Martano, Sternatìa, Castrignano, Corigliano, Martignano, Zollino e Soleto; la varietà è chiamata griko.

La grecità come unità linguistica e culturale sopravvisse a lungo per via del prestigio che nutriva presso i Romani.

Ma, paradossalmente, proprio in nome di questi ultimi le politiche fasciste furono spietate nei confronti delle varietà grecaniche, ancor più spietate di quanto furono nei confronti dei cosiddetti dialetti – che dialetti non sono, ma questa è un’altra storia! -.

L’esistenza del grecanico appariva infatti come una bestemmia in faccia al mito della romanità, che il Fascismo così goffamente rincorreva.

Le comunità grecofone, già confinate in campagne, marginalizzate dalla storia, furono oggetto di stigmatizzazione.

I genitori bilingui tacevano il greco ai figli per evitare che lo imparassero e, trovandosi a parlarlo, si destinassero all’emarginazione. Presso molte famiglie il greco fu dimenticato.
Oggi vive in piccoli gruppi all’interno di piccoli paesi.

Oggi, per la prima volta, nelle scuole i paesi recuperano la loro grecità; si ricomincia a insegnare le varietà grecaniche.

Un orgoglio viscerale rifiorisce nei popoli; le persone, anche quelle che il greco ormai non lo parlano più, imparano le canzoni tradizionali, come la celebre taranta salentina.
L’importante, per trasmettere una lingua, è parlarla ai bambini; la loro mente farà il resto; e spero che i griki e i bovesi continuino a farlo!

Questa storia è un frattale di tanti torti che sono stati fatti nei secoli alle identità dei Meridionali, ma è anche un atomo di una possibile rinascita nell’autocoscienza.
Pensare di rincorrere un futuro, senza conoscere il proprio passato è delirio. Ogni passo su un sentiero scosceso dipende inesorabilmente dalla certezza dell’appoggio precedente.
E se questo concetto oggi non va di moda, ciò lo rende a maggior ragione vero.

 

Teresa Apicella

Categorie: Lingua e Cultura

1 commento

SudRibelle · 22 maggio 2018 alle 14:56

[…] Repubblica, titolando “Venexit” l’articolo a riguardo. Ma è bene precisare che i temi di tutela della lingua non sono necessariamente da ricondurre a volontà […]

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