Referendum: Il Sud è Italia a giorni alterni

Pubblicato da Ernesto Micieli il

Scrive Chicco Testa su Twitter “Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza (Sic!) e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C’è altro da aggiungere?”

In effetti c’è molto da dire su queste elezioni, a partire dalla distribuzione geografica del voto. Il NO, esclusi il Trentino-Alto Adige e le regioni “rosse” Emilia-Romagna e Toscana, ha vinto in tutte le regioni.

Ma, osservando le macroaree, notiamo una netta separazione del paese: il NO al Nord è intorno al 55%, al Centro 56% e al Sud al 68% (nelle isole viene superata la soglia del 70%).

Questo risultato è in parte spiegabile con la discesa in campo nel fronte del NO del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e del governatore pugliese Michele Emiliano, ma da solo questo non basta.

Subito dopo la pubblicazione dei risultati del referendum l’Italia si è divisa tra chi cantava vittoria (o tirava un sospiro di sollievo!) per la vittoria del NO, e chi elaborava la sconfitta del sì in vari modi. Uno di questi è stato, come già l’articolo de “Il Foglio”  preannunciava, insultare la parte d’Italia che ha fatto sì che il NO stravincesse, il Meridione.

Questa è una delle dinamiche che il Sud conosce bene: il Sud è Italia a giorni alterni, a volte a fazioni alterne.

È Sud, l’irrimediabilmente arretrato Sud, quando c’è da raccontare di malasanità, di malavita, di criminalità organizzata, di monnezza; improvvisamente, però, se una scrittrice americana si opera di appendicite al Cardarelli e ne decanta l’eccellenza, si parla di bella figura della sanità italiana. Quando c’è da appropriarsi delle origini greche, come in “siamo figli di Pitagora” di Little Tony o della canzone napoletana, il Sud diventa Italia.

Allo stesso modo, se si era per il NO e si scopre che i migliori risultati del NO sono stati in Sardegna, in Sicilia, in Campania, improvvisamente nella stampa il Sud diventa il miglior esempio di italianità, salvo venire dimenticato o diffamato il giorno seguente.

Già da tempo, in una Italia stantia dove il nuovo risulta essere una riproposizione della vecchio sotto abiti moderni, il Mezzogiorno si è rivelato a volte precursore di dinamiche poi estese a tutta la nazione, come nel caso dei Cinque Stelle in Sicilia, a volte laboratorio di nuove esperienze virtuose come nel caso dell’amministrazione Vendola in Puglia o dell’esperienza napoletana con de Magistris.

Anche in questo caso il Meridione ha decretato la fine di una stagione politica guardando forse più in là del resto dello stivale.

Sicuramente in questo divario sono entrate anche questioni di merito, come il regionalismo differenziato che veniva introdotto dalla riforma o la ripartizione delle risorse dei servizi sociali essenziali. Ma più di tutto ha influito il senso di abbandono da parte dello stato.

In un Sud fortemente penalizzato, e che ha ricevuto come risposta un’esortazione a non piangersi addosso, il sentimento di disaffezione per il governo è cresciuto portando ad un risultato sorprendente per entità.

E non è un caso se la Sardegna, che è vittima di queste dinamiche da prima del fatidico 1861, è stata la regione che più si è opposta, con il 71,5% dei voti contrari, a questa riforma.

La crisi di questi anni ha solo allargato la forbice economica e portato a scelte politiche di rottura, seppur spesso nell’alveo dei partiti nazionali, rispetto alla politica italiana, causata dalle diverse esigenze e dalle diverse sensibilità del Sud rispetto al resto del paese.

Il caso di Napoli è eclatante: nella prima città del Sud viene rieletto de Magistris, estraneo ai grandi partiti nazionali. Se paragoniamo questo alle elezioni milanesi, dove si sono ripetute dinamiche politiche vecchie di anni fossilizzate sul bipolarismo centrodestra/centrosinistra, ci si rende facilmente conto di quale parte del paese sia veramente aperta al rinnovamento.

Ma la cosa più fastidiosa è che, nella retorica politica, l’immagine che passa è quella di un Sud che vota bene quando serve, e di un Sud restio al cambiamento quando vota in maniera non conforme all’interlocutore di turno, trattamento che non viene riservato ad altre parti d’Italia.

Questo snobbismo unito alla percezione di non essere rappresentati comporta un sentimento di riscatto che si diffonde sempre di più nel Meridione, ma che al momento ancora non ha un nome sotto cui unirsi.

Quello che manca, però, da parte dei Meridionali, è la presa di coscienza dell’alterità e della novità delle esperienze che stanno vivendo. Ancora si tende ad autoattribuirsi i nomi che designano fenomeni della politica italiana (da Roma in su, si capisce), senza avere sempre la coscienza del fatto che al sotto dei nomi comuni si vive una realtà completamente diversa nei propri caratteri fondamentali, come diverse sono le origini storiche e sociali del Sud.

Chi nel resto d’Italia c’è veramente stato, però, vive spesso uno shock culturale, scopre che quell’unità cui ha sempre creduto non è altro che un prodotto libresco e mediatico, che ha sempre pensato se stesso con categorie altrui.

La sfida che ora attende il Sud è la presa di coscienza di questa alterità e del fermento che in essa sta nascendo.
Dobbiamo imparare a dare dei nuovi nomi alle cose, che rispecchino la loro natura, perché solo nominando si può afferrare i fenomeni e dare loro una direzione.

Concludendo, per rispondere alla domanda di Chicco Testa, sì, si può aggiungere che il Sud ha votato, ed ha votato per difendere i suoi interessi contro una riforma che rischiava di penalizzare e paralizzare ancora di più il mezzogiorno.

 

Teresa Apicella, Ernesto Micieli

Categorie: Politica

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