Italia multilingue: il Veneto approva il bilinguismo, ora tocca al Sud

Pubblicato da Teresa Apicella il

Qualche giorno fa la regione Veneto ha riconosciuto legalmente con il ddl-116 il bilinguismo veneto/italiano sfruttando la legge quadro europea per la protezione delle minoranze nazionali. Ciò permetterà di insegnare la lingua veneta nelle scuole e di avviare un processo per cui l’intera vita civile si svolga in maniera bilingue.

Nel pieno della tradizione veneta questo viene collegato con il progetto di secessione, lo conferma Repubblica, titolando “Venexit” l’articolo a riguardo.
Ma è bene precisare che i temi di tutela della lingua non sono necessariamente da ricondurre a volontà separatiste.

I veneti desiderano però essere riconosciuti anche come minoranza etnica, dimostrando come al solito le basi kitch dei loro movimenti identitari, che ammiccano continuamente alla coscienza politica dell’analfabeta funzionale. Nel testo del disegno di legge infatti ci si richiama agli antichi Veneti, con i quali viene stabilita una fantomatica continuità.

Il problema di lingua e popolo in Italia è in realtà molto più complesso.
Loro non sono una minoranza etnica, o, se vogliamo ammettere che lo sono, lo siamo tutti in Italia. Non c’è bisogno di riesumare antichissime popolazioni con le quali non esiste alcuna continuità che si possa provare, per fare rivendicazioni identitarie.
L’Italia infatti è stata unita prendendo a modello un’unita etnico-linguistica che appartiene (o forse no) ad altri paesi europei, che non rispecchia per niente la complessità etnica di una penisola unita solo geograficamente.

Nonostante i caratteri puerili razzistoidi delle loro rivendicazioni, però, c’è molto da imparare dai veneti, che si sono sempre dimostrati capaci di badare ai propri interessi e di occuparsi di un patrimonio che lo stato italiano si rifiuta di tutelare.

Ma se la lingua veneta viene finalmente riconosciuta nella sua regione, com’è giusto che sia, è arrivato a maggior ragione il momento di riconoscere lingue come quella napoletana e siciliana, che vantano una splendida tradizione letteraria, insieme a tutte le altre lingue regionali della penisola.

Mi duole dirlo, ma la Lega ci dà stavolta un’importante lezione.

Bisogna opporsi alla tendenza fascista di uniformazione linguistica e culturale, in un paese dove una storia millenaria ha tracciato solchi di differenze che costituiscono una ricchezza inestimabile, proprio oggi in un mondo che procede verso uno pseudo-cosmopolitismo sterile, dietro al quale si nasconde sempre la sopraffazione del più forte.

Non sono i Veneti ad essere una minoranza rispetto a una maggioranza che nel loro pensiero sarebbe tutta italiana.

È tutta l’Italia che deve essere ripensata sulla base della grande complessità contenuta al suo interno, stabilendo istituzioni ed insegnamenti scolastici che finalmente abbiano l’obiettivo di istruire i popoli su quello che realmente sono, e non di indottrinarli, modificando la loro lingua e i loro pensieri sul modello del vincitore di turno.

 Sarebbe questo l’esperimento di un paese veramente avanzato, che smettesse finalmente di guardare ai paesi esteri come a modelli vincenti.
Vincenti non lo sono, lo dimostra la deriva di disorientamento che il mondo diretto dal modello culturale anglosassone sta prendendo.
È arrivato il momento di proporre un modello culturale innovativo, non-oppressivo, un modello di  cui i popoli mediterranei, esercitati da millenni alla convivenza e allo scambio come nessun altro al mondo, potrebbero essere pionieri.

 

Teresa Apicella


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