C’era una volta la Grande Dea: La donna di Ostuni e i sentieri interrotti dell’umanità

Pubblicato da Teresa Apicella il

Potrei iniziare questo articolo dicendo che la prima grande e unica religione, comune a tutta l’umanità era una religione monoteista. No, non sto parlando dell’ebraismo, né tantomeno dell’islamismo o del cristianesimo. La prima grande religione, comune a tutta l’umanità, sin dalla sua nascita come specie, era monoteista, sì, ma il dio era una Dea.
Potrei dire così, ma lo farei soltanto per dare una vaga immagine, sapendo che né la parola “monoteista” né tantomeno la parola “religione” sono calzanti.
Monoteismo non è calzante perché il termine è impregnato della grande violenza insita nelle tre grandi religioni patriarcali a divinità rigorosamente maschile: il dio è uno, ma “in progress”, per così dire, ovvero, “siamo in fase di distruzione di tutti gli altri dei esistenti e possibili”.
La Grande Dea è una di fatto e si coniuga in modi diversi nelle varie culture umane, rimanendo sempre la stessa, è la “dea dai mille nomi”.
Non va bene la parola religione, perché presuppone una ghettizzazione della spiritualità, una concezione di ciò che è sacro come separato da ciò che è profano. Ma non esisteva niente di tutto ciò. La Dea è ogni cosa: cielo, terra, cosmo e si manifesta in tutto ciò che si vede, si tocca, si ode, si intuisce. Perciò ogni persona, ogni cosa è, in quanto esistente, sacra, e ogni azione per ciò stesso è gesto rituale.

In questo schema basilare si presentava la cultura umana in ogni dove dalla nascita della specie umana fino al 4000 a.C. circa, data di nascita del sistema patriarcale in alcuni punti del mondo, che portò con sé la violenza, la guerra e il dominio maschile.

È questa la conclusione sulla storia dell’umanità, che discende dai risultati indipendenti di molte discipline (archeologia, archeomitologia, antropologia, etnologia, folkloristica, geografia, genetica), poi correlatisi in un unico sistema coerente che spiega i bruschi cambiamenti nell’aspetto del mondo da molti punti di vista, nel corso degli ultimi millenni.
Conclusione testimoniata tuttora dall’esistenza giunta ai nostri occhi “moderni”, di società pienamente matriarcali in numerose zone del mondo, lontane dai grandi percorsi migratori che hanno portato al diffondersi del patriarcato: società egualitarie e pacifiche, fondate sull’esaltazione dei valori materni, dell’economia del dono e della cultura del consenso, in cui le donne costituiscono, per comune riconoscimento, il centro gravitazionale del gruppo sociale e della vita spirituale.

Dal punto di vista dell’archeologia, molti sono i ritrovamenti che testimoniano quello che ormai è da considerare un dato di fatto, ma una testimonianza è a mio avviso tanto pregevole quanto ignorata nel nostro paese: il magnifico ritrovamento della donna di Ostuni.
Si tratta dello scheletro di una donna di circa 20 anni incinta di 33 settimane, sepolta 28.000 anni fa in posizione fetale, con una mano a proteggere il ventre, in una grotta per la quale è testimoniato in epoca storica un culto di Demetra e infine il culto della Madonna fino ai giorni nostri: la grotta, infatti, è oggi parte integrante del santuario di Santa Maria d’Agnano.

Demetra, conosciuta come dea delle messi e in generale dell’agricoltura, porta nel nome l’etimo di “madre” ed è un’interpretazione greca della Grande Dea pregreca nella sua manifestazione come madre nutritrice degli uomini. Il culto della Madonna, d’altro canto, è notoriamente un culto della Dea Madre camuffato da culto cristiano.

La donna di Ostuni è sepolta con indosso quanto di più prezioso all’epoca si potesse trovare: il capo è infatti circondato da seicento conchiglie impastate con ocra rossa; si trova al centro della grotta, nello stesso punto dove, sparsi in tutta Europa e databili fino alla preistoria più recente, si trovano in tante altre grotte statuette rituali di divinità femminili. Non sorprende, poiché la grotta è un tipico luogo di culto delle civiltà matriarcali e la donna di Ostuni sembra essere sepolta lì come simbolo della Grande Dea.

Oggi, al posto dello scheletro, che si trova insieme al suo feto al Museo di civiltà preclassiche della Murgia meridionale, c’è un calco realistico che rappresenta la donna così com’era stata sepolta: in posizione fetale, poiché la morte era (o forse è…) solo la porta verso la rinascita, il ritorno nel ventre della Dea Madre per essere partorito nuovamente.

Quello che la donna di Ostuni può dirci non può esaurirsi in questo articolo. Mi basterà rilevare che questo ritrovamento costituisce una quantomai spettacolare prova a favore della tesi del matriarcato come unica forma di socializzazione originaria dell’essere umano: una tesi che capovolge tutte le concezioni hobbesiane di un’umanità intrinsecamente violenta ed egoista, e di un mondo destinato ad essere e a ritornare sempre prevaricatore, e quindi, come da definizione, patriarcale.

 

Teresa Apicella


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *