Il futuro di Napoli tra debiti storici e sciacallaggio politico

Pubblicato da Ernesto Micieli il

Nelle ultime settimane il dibattito politico napoletano si è concentrato sulla questione del debito storico e su come questo debito condizionerà i prossimi bilanci, a partire da quello che il Consiglio comunale dovrà approvare tra qualche giorno. Una discussione che avremmo fatto bene ad aprire molto tempo fa, a prescindere dalle sanzioni della Corte dei Conti e partendo dalla condizione critica in cui non solo Napoli, ma circa trecento Comuni italiani versano ormai da anni. Già, perché la nostra città era ad un passo dal dissesto anche nel 2011, ed i tentativi di risanamento messi in campo da allora (non sempre efficaci ed adeguati, bisogna riconoscerlo) si sono dovuti scontrare con gli effetti devastanti delle politiche d’austerità dei Governi nazionali e con le scelte spesso discutibili della Regione Campania.

Partiamo da qui. Perché i debiti del passato che riemergono ora sarebbero stati affrontabili con tutt’altra logica se il Mezzogiorno non avesse dovuto sopportare, oltre alla crisi economica che ha colpito l’intero Paese, anche tagli lineari dei fondi nazionali e ripartizioni dettate da logiche clientelari e familistiche dei fondi regionali. La scure che ci colpisce oggi arriva dopo le pugnalate continue date agli enti locali negli ultimi dieci anni: non è un caso se dei trecento Comuni in crisi la maggior parte si trova al Sud, non è un caso se nello stesso periodo si sono moltiplicati decreti e leggi per salvare grandi capoluoghi di provincia ad un passo dal collasso.

Questo è il quadro generale in cui si innesta la vicenda napoletana. Vicenda che ha radici antiche e colpe diffuse, talmente diffuse da non consentire a nessuno il lusso di porsi su di un “cerasiello” per giudicare dall’alto le altrui miserie. I Governi di centrodestra hanno aperto la grande stagione dei tagli agli enti locali, ma il PD in questi ultimi cinque anni non ha mai ritenuto di dover cambiare rotta e si è reso, anzi, complice e autore di ulteriori definanziamenti. Lo stesso PD, soprattutto nelle sue configurazioni passate, ha amministrato a lungo questa città affidandosi spesso e volentieri a forme di finanza creativa ben peggiori di quelle che oggi imputa alla Giunta attuale. E la Regione? Ieri in mano al centrodestra, oggi feudo del PD, ma con un copione sempre uguale: tagli e disinvestimenti, a cui negli ultimi tre anni si è aggiunta la tendenza salernocentrica imposta da Vincenzo De Luca nella ripartizione dei fondi. Buffo, allora, come ad ergersi al ruolo di censori siano improvvisamente proprio gli autori di quel predissesto che a tutt’oggi ci portiamo sulle spalle!

L’amministrazione comunale attuale è dunque priva di responsabilità? No, no di certo. Gli errori ed i peccati di superficialità sono stati numerosi e dopo sette anni di governo della città non si può continuare a dare la colpa di ogni malfunzionamento a chi c’era prima. Comunque vada a finire la vicenda del debito storico, il proseguimento dell’esperienza amministrativa arancione dovrà necessariamente passare attraverso un’assunzione di responsabilità ed un’analisi profonda di quanto fatto (e non fatto). Il punto, tuttavia, è che oggi ad essere messo a repentaglio non è il destino del Sindaco e della sua maggioranza, bensì il futuro della più grande città del Meridione.

Sì, è il futuro di Napoli ad essere in gioco. I presunti intellettuali che di recente hanno provato dalle colonne di giornali compiacenti a minimizzare gli effetti di un’eventuale dichiarazione di dissesto finanziario del Comune, arrivando in qualche caso anche ad auspicarla, pontificano senza raccontare la realtà per quel che è. In caso di dissesto non solo le tariffe delle imposte comunali si stabilizzerebbero ai livelli massimi possibili, ma vedremmo anche interrompersi ogni servizio erogato dal Comune, compresi quelli essenziali: dal trasporto pubblico alla refezione scolastica, ciò che oggi funziona male cesserebbe completamente di esistere. Forse per chi già ora preferisce rivolgersi all’alternativa privata non sembrerà nulla di irreparabile, ma per le decine di migliaia di famiglie messe in ginocchio dalla crisi questo sarebbe il colpo di grazia. Senza considerare, poi, che insieme al Comune fallirebbero le sue partecipate ed i tanti fornitori che vivono delle commesse comunali. Altra disoccupazione, altra miseria, altra disperazione!

Prendere parte alla battaglia lanciata dall’amministrazione comunale significa affermare con chiarezza che lo Stato non può con una mano togliere soldi agli enti locali e con l’altra chiedergli conto di scelte di un lontano passato, costruite per ricadere sulle spalle dei figli di chi ne ha sentito i benefici. Commette un errore chi, da un lato e dall’altro, personalizza ciò che sta accadendo: Luigi De Magistris sbaglia ad utilizzare toni e parole d’ordine che parlano alla pancia della popolazione sviando la discussione dai problemi reali, ma sbagliano ancora di più quelli che chiedono in cambio di una legge speciale per Napoli la testa del Sindaco. Non è così che si agisce per il bene comune, non è così che si costruisce una soluzione condivisa.

Se stare in piazza può servire a dare un segnale forte in queste ore di terribile difficoltà, allora in quella piazza dobbiamo starci tutti. Evitando di trasformarla in una passerella personalistica, però. Rendiamola un’occasione per chiedere con vigore al Parlamento non solo di approvare una legge per salvare Napoli, ma anche di rivalutare già nel prossimo Def il sistema di trasferimenti economici agli enti locali e di azzerare in tempi brevi i debiti pregressi dei Comuni in crisi. Ma soprattutto cogliamo l’opportunità per mettere in campo un serio piano programmatico di fine mandato. Perché oggi l’obiettivo è salvarci dal baratro, ma nei prossimi tre anni la sfida dovrà essere quella di migliorare le condizioni generali di una città che ormai è stufa di annaspare…


Vincenzo Di Costanzo

Categorie: Politica

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