Interviste

Alfredo D'Attorre: Se non si investe sul Sud è il paese intero che rischia di saltare.

Il Sud è poco rappresentato in parlamento? Quali sono le misure che si dovrebbero adottare per rilanciare l’economia del Mezzogiorno?
Ne parliamo con Alfredo D’Attorre, deputato di Articolo 1 – Movimento Democratico e Progressista.

La situazione in cui versa attualmente il Mezzogiorno è oggettivamente di forte abbandono.  Lei in quanto parlamentare del Sud e di sinistra quale pensa siano le priorità su cui il parlamento dovrebbe concentrarsi?

Io credo che al di là dei singoli interventi bisogna cambiare un impianto, una filosofia di fondo. In questi ultimi vent’anni si è negato nella sostanza che il mezzogiorno fosse una questione nazionale, ci si è affidati a questa idea dello sviluppo locale abbandonando a se stessi i territori. Si è nutrita l’illusione che i fondi comunitari potessero sostituire l’intervento diretto dello stato, un piano per gli investimenti pubblici, un piano per il lavoro giovanile al Sud. Questa impostazione va radicalmente cambiata.

In che modo?

Bisogna ricostruire un moderno intervento pubblico nel mezzogiorno, una nuova politica industriale che selezioni gli ambiti di produzione su cui puntare al Sud; bisogna tornare ad assumere giovani nella pubblica amministrazione, perché le pubbliche amministrazioni meridionali, se non hanno giovani qualificati, se non hanno progettisti, informatici, non sono in condizione di rimettersi a lavorare. Va fatto un piano serio e straordinario di manutenzione del territorio. Ma questo comporta una regia nazionale, perché, se si continua ad andare avanti con l’idea che il Sud ce la può fare da solo, si legittima semplicemente una politica di tagli e abbandono che non può andare avanti.

A cosa può essere dovuta la poca rappresentanza e il poco peso delle istanze del Sud in parlamento, a dispetto del numero di parlamentari meridionali?

Penso che dipenda dal fatto che l’indebolimento dei partiti ha fatto sì che prevalgano gli interessi economici più forti. Siccome gli interessi economici più forti sono al Nord, questi interessi riescono a condizionare molto di più la politica nazionale rispetto a quando avevamo delle strutture politiche più solide. Quindi tornare ad avere un sistema elettorale che investa sulla rappresentanza, ricostruire partiti in grado di selezionare la classe dirigente, favorire la partecipazione più consapevole dei cittadini al voto è la precondizione importante delle scelte economiche che vanno compiute. Non si tratta di fare una Lega Sud contro una Lega Nord, si tratta di ristabilire un concetto semplice: se non investiamo su questa parte di Italia è il paese intero che rischia di saltare.

Parlando di legge elettorale, quale crede possa essere una buona legge che possa coniugare la rappresentanza e la governabilità?

Una legge elettorale che si ispirasse seriamente, senza trucchi, al sistema tedesco, cioè una legge di impianto proporzionale fondata su collegi uninominali  con riequilibrio proporzionale e con una robusta soglia di sbarramento per evitare i partitini e la frammentazione (legge su cui tra l’altro si stava lavorando qualche mese fa a un accordo largo in parlamento) potrebbe essere la soluzione più adeguata in Italia, consentirebbe di investire sulla rappresentanza, semplificherebbe in maniera drastica il paesaggio politico avendo al massimo quattro/cinque aree rappresentate in parlamento e sarebbe anche coerente con quell’impianto parlamentare del nostro ordinamento democratico che i cittadini hanno voluto ribadire col voto del 4 dicembre dicendo no alla pessima riforma Renzi Boschi.

Parlando di modello tedesco, secondo lei è possibile creare una camera delle regioni che sia, a differenza di quella proposta nella riforma Renzi Boschi,  votata direttamente dai cittadini?

Dopo tutti questi sciagurati tentativi di riforma costituzionale io farei una moratoria. Concentriamoci su piccoli interventi che possono essere fatti, diamoci innanzitutto una legge elettorale costituzionale, riformiamo i regolamenti parlamentari. Sarebbe qualcosa che inciderebbe sul funzionamento del sistema democratico e rappresentativo molto più delle grandi riforme che sono state vagheggiate in questi anni, e magari immaginiamo anche una ragionevole riduzione del numero dei parlamentari. Basterebbe questo a rendere la nostra democrazia più forte senza immaginare altri stravolgimenti della costituzione come quelli che sono stati tentati negli ultimi decenni e fortunatamente sventati dai cittadini.

 

Ernesto Micieli

Le donne e il Sud sono i grandi esclusi della politica italiana? Ne parliamo con Anna Falcone

 

Vi presentiamo un’intervista con Anna Falcone. Avvocata, è stata vicepresidente del Comitato per il No al referendum costituzionale, ha lanciato insieme a Tomaso Montanari l’appello “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” .

In questa intervista metteremo in discussione i due grandi ‘soggetti unici’ dell’Italia, ovvero le due entità guida su cui spesso si appiattiscono discorsi che dovrebbero riguardare l’intera nazione e che invece riguardano, copertamente, una sola parte di essa: parliamo dei maschi e del Centro-Nord.

Dall’altro lato, le donne e il Meridione, indebitamente sussunti in discorsi che in realtà non li riguardano.

Le donne, incluse nel concetto di ‘cittadini’, a cui vengono ascritti diritti, doveri, norme modellate su un soggetto maschile, che vengono stigmatizzate se non vi si conformano.

Il Meridione, incluso in un concetto di ‘Italia’ a misura di Centro-Nord, a cui vengono ascritte caratteristiche, fenomeni, e perché no, riprese economiche che nel migliore dei casi lo sfiorano solo in superficie.

Ma quando improvvisamente uno di questi soggetti decide di auto-rappresentarsi, la maschera cade, e inizia dalla parte dei media la presa di distanza.

Di questi soggetti e della loro necessità di rappresentanza parliamo oggi in questa intervista.

Nel periodo del voto per il referendum costituzionale, quando era vicepresidente del Comitato del No, lei è stata oggetto di articoli di alcuni giornali, scritti anche da giornaliste donne, che l’hanno descritta con continui riferimenti all’aspetto fisico, messo in contrapposizione alle sue capacità e alla sua determinazione. Che cosa significa questo per lei?

Parliamo di politica. Penso che questa risposta sia più che sufficiente.

La domanda deriva dall’impressione che le donne competenti nella politica italiana siano viste come dei corpi estranei. Oggettivamente, le donne sono dei soggetti rari sulla nostra scena politica.

Certamente la politica italiana non facilita la partecipazione delle donne: il fatto stesso che il welfare familiare pesi sulle donne è un motivo oggettivo. Ciononostante ci sono tantissime donne in politica, che con grande sacrificio, se pure in minoranza rispetto agli uomini, esprimono posizioni molto originali e di grande coraggio.
Ma  non sempre i media danno spazio a queste donne, non solo per quanto meriterebbero a livello numerico, ma anche per quanto meriterebbero per qualità e altezza della proposta politica e delle idee di cui si fanno portatrici.

Parallelamente a questo, sembra che le donne siano uscite fuori dalle priorità della politica, e, ancor più tristemente, dalle priorità della sinistra. Ci conferma questa impressione?

Dipende da quale sinistra prendiamo a riferimento. Io penso che chi ha rappresentato la sinistra in parlamento - ovviamente non parlo del Partito Democratico - , abbia lottato dall’opposizione per far passare una serie di riforme in favore delle donne. Ma il problema è che la sinistra è stata colonizzata da sigle dalle idee profondamente segregazioniste, contrarie alla valorizzazione della differenza di genere, e quindi alla garanzia della parità e del necessario protagonismo che bisogna dare al pensiero femminile. Il modo di pensare la politica esclusivamente al maschile, in questo paese, ci fa stagnare in posizioni e dibattiti su temi molto vecchi, che affascinano pochissime persone. Bisogna dare spazio alle donne e ai giovani.

Quindi in Italia abbiamo una politica rigorosamente a soggetto unico maschile?

A soggetto unico non solo nei temi, ma anche nelle modalità, che non consentono alle donne di essere presenti. Una delle cose per cui stiamo lottando nel nostro percorso democratico è anche quella di avere ad esempio delle riunioni in orari che rispettino i tempi delle donne, delle famiglie e della vita privata. Per non parlare del linguaggio e degli enormi temi che dobbiamo affrontare dal punto di vista della parità nel mondo del lavoro, nella retribuzione, negli spazi televisivi e in generale sui media, e di tanti spazi democratici che ancora vengono negati alle donne.

Una sinistra che non si occupa delle donne…

non è una sinistra.

Cosa dovrebbe proporre in primis a questo proposito una sinistra che sia veramente tale?

La sinistra non dovrebbe occuparsi delle donne, in quanto queste non sono una parte del paese che deve essere interpretata dagli uomini: le donne sono cittadine come tutti gli altri e hanno diritto a poter esprimere le loro idee e la propria posizione politica da una prospettiva di diretta rappresentazione.

Come immagina una politica in cui le donne siano davvero rappresentate?

Vorrei sottolineare  che le donne non sono in politica solo per parlare dei problemi delle donne, ma, come tutti, per discutere di ogni cosa. Questo paese sarà veramente paritario, quando avremo un ministro delle finanze donna, un presidente della Repubblica donna, o anche un presidente del consiglio donna. Le donne si occupano di tutto, ma tanti uomini sembrano non essersene accorti.

Questo paese è a soggetto unico non solo per quanto riguarda il genere rappresentato, ma anche dal punto di vista geopolitico. Basti pensare dove si trova la maggior parte delle testate e dove, quindi, è centralizzato il punto di vista generale.

È vero. Purtroppo la crisi del Sud si è riverberata anche nell’assenza di grosse testate a tiratura nazionale. Testate giornalistiche al Sud ce ne sono, ma sono davvero troppo poche e ci sono spazi ancora troppo ristretti, soprattutto per le nuove testate, per potersi fare spazio e lavorare in un giornalismo libero. Non nascondiamoci dietro un dito: sappiamo che uno dei problemi del giornalismo deriva dal fatto che sempre più spesso gli editori dettano una linea che non garantisce la libertà di espressione dei singoli giornalisti. È vero che ogni giornale deve avere una linea editoriale, però tante volte quest’ultima sconfina, violando il dovere di una corretta informazione.

Può essere che, ancora una volta, la sinistra abbia peccato anch’essa di centralizzare il proprio punto di vista al Centro-Nord?

No,  penso che la sensibilità politica del Sud si stia esprimendo in esperienze molto belle: noi siamo ora a Napoli, dove il sindaco de Magistris e tutta l’amministrazione stanno portando avanti un’esperienza politica che è un esempio per tante realtà. C’è poi il sindaco di Riace, che sta facendo cose sostanzialmente di sinistra, molto più all’avanguardia di tanti paesi o città del Centro-Nord. Ci sono insomma spazi vastissimi per sperimentazioni politiche d'avanguardia. Però non metterei il Nord in conflitto con il Sud da questo punto di vista. Probabilmente il Sud, dove, ripeto, ci sono tantissime esperienze interessanti, non ha, per i motivi che dicevamo prima, lo stesso spazio nei media e le esperienze che vi si stanno svolgendo vengono raccontate meno di quelle che si svolgono al Centro-Nord.

Teresa Apicella

 



Ivan Stomeo: Quando si pone al centro il cittadino, anche i progetti più innovativi funzionano

La Notte della Taranta può essere un modello di sviluppo? Ne parliamo con Ivan Stomeo, sindaco di Melpignano, al TILT Camp.



Come nasce l’idea di questo festival, e che ricadute ha avuto sul territorio?
 

 

L’idea nasce nel 1998 da un gruppo di comuni della Grecìa salentina: il festival tocca tutti i comuni della Grecìa per poi finire a Melpignano.
Questo evento fa incontrare la musica tradizionale con quella contemporanea e coinvolge tantissimi artisti che reinterpretano le nostre canzoni tradizionali, come la pizzica e le musiche di lavoro.
Per quanto riguarda la ricaduta sul territorio, mi rifaccio all’indagine messa in piedi dalla Bocconi dal 2007 al 2010: per ogni euro speso c’è un ritorno di tre euro. È un risultato straordinario, senza contare l’impatto sociale non indifferente.

Come si fa a recuperare, valorizzare e rilanciare la cultura popolare fino a renderla patrimonio universale?

La cultura è bene comune e deve essere considerata come una grande infrastruttura, al pari di una strada o una ferrovia. Solo così riusciremo a valorizzare al meglio quanto di buono abbiamo in questo paese.

Il Mezzogiorno è ricco di tradizioni e specificità culturali, spesso cadute nel dimenticatoio a causa di un processo di rimozione portato avanti da 150 anni. Il modello rappresentato dalla Notte della Taranta può essere esportabile a tutto il meridione?

È sicuramente una formula che funziona, perché i protagonisti sono le comunità e i singoli cittadini. Il bello di quel festival e del concertone non è tanto chi sta sul palco, ma quelli che stanno al di là del palco ad osservare il concerto. Quando si pone al centro il cittadino, anche i progetti più innovativi funzionano, e la Notte della Taranta ne è la prova.

 

 

Ernesto Micieli

Ivo Poggiani: La prima cosa da fare è ricreare senso di comunità, fare rete sul territorio

Abbiamo incontrato Ivo Poggiani, presidente della III Municipalità di Napoli, in occasione della Pineta in "Festa, Farina & Folk", una giornata di musica e di rivalutazione del territorio che si colloca in un disegno più ampio di ricostruzione del tessuto sociale.


 

Quali sono le aspettative per questa serata?

 

È un test, si può dire che “rischiamo” a organizzare qualcosa del genere qui, in altre parti della Municipalità stasera avremmo contato cinquemila persone.

Ma proprio per questo motivo è importante insistere su questa zona, ora non ci resta che attendere la risposta della popolazione.

 

Quale è stata la parte più complicata da portare a termine nell’organizzazione di questa giornata?

 

Come al solito, le maggiori difficoltà nascono dalle procedure amministrative e dai loro tempi tecnici: siamo riusciti ad organizzare materialmente tutto nel giro di poco più di una settimana, compreso il rilascio dei vari permessi necessari come, per esempio, quello per la pedonalizzazione di quest’area [parte di Via dei Pini, dove si è tenuto l’evento, ndr].

La burocrazia non è velocissima, ma c’è stata una grande collaborazione da parte del Comune.

Un’altra difficoltà importante, che siamo però riusciti a superare in mattinata, è stato il coinvolgimento dei commercianti: è vero, è stato tutto organizzato in poco tempo, ma in futuro spero in una maggiore partecipazione.

Stamattina, invece, l’iniziativa [di piantumazione di alberi in Viale dei Pini, ndr] è andata benissimo, abbiamo anche avuto modo di ricordare Padre Vincenzo -recentemente scomparso-, una figura storica del quartiere, che ha sempre avuto a cuore la formazione della comunità.

Quindi ci siamo riuniti lo stesso, anche in un giorno di lutto.

 

In che modo questo genere di giornate può contribuire a rinsaldare l’identità di un quartiere, mettendone in luce gli aspetti migliori – anche riferendoci a quanto fatto con Sanità Tà Tà al rione Sanità lo scorso 8 Dicembre?

 

Spesso si dice che è molto difficile fare politica nelle periferie così come in quelle zone delle città che vivono le stesse problematiche, io penso che invece sia facilissimo: all’interno del quartiere Sanità c’è un forte attivismo, una rete già formata di cittadinanza attiva che si allarga sempre di più e che risponde con grande trasporto alle iniziative istituzionali. Siamo soddisfatti per aver generato una partecipazione e un’aggregazione che non si vedeva dalla Festa del Monacone.
Ma noi in fin dei conti cosa abbiamo fatto? Abbiamo chiuso una strada al traffico, montato cinque/sei palchi e trovato i fondi per finanziare il tutto: è la gente, sono i commercianti che hanno avuto un ruolo di primo piano in quest’operazione portando nelle strade della Sanità quasi diecimila persone.

 

Questa sera invece ci troviamo ai Colli Aminei, che è un quartiere totalmente diverso, cosiddetto “dormitorio”, ossia un quartiere in cui difficilmente la gente esce di casa dopo le otto di sera o frequenta le proprie strade: è molto più difficile.

La prima azione da fare è ricreare senso di comunità, fare rete sul territorio: abbiamo fatto un consiglio municipale di pomeriggio in una scuola, così come altre iniziative pubbliche.

Oggi siamo impegnati in questa festa perché speriamo che questo primo ciclo di quattro mesi di amministrazione si possa concludere con un momento forte sul quartiere, per richiamare tra gennaio e febbraio tutta l’aria collinare e stimolarla a creare un comitato, una struttura che possa coadiuvare e punzecchiare la Municipalità, così come il Comune e la Regione: una struttura di dialogo, come di supporto.

 

Infatti, in una Municipalità che conta diecimila abitanti i problemi non si risolvono con gli incontri dei singoli, ma è necessaria la creazione di momenti di partecipazione reale dove vengano definite le priorità: è necessario che i cittadini, le associazioni, i parroci si organizzino e sfruttino i propri canali per esercitare pressione sulle istituzioni preposte. Diversamente, è difficile che in un quartiere si riattivi un meccanismo di partecipazione.

 

Visti i recenti fatti di cronaca che hanno interessato i Colli Aminei, come pensa che dare vita ad un quartiere e riportare la gente a viverne le strade possa aumentarne la sicurezza?

 

Non credo nella militarizzazione dei quartieri, anche perché si riesce ad avere una grande attenzione delle forze dell’ordine durante un lasso di tempo relativamente breve.

Credo molto di più nella sicurezza sociale, nel creare alternative per i giovani, nel riportare, ripeto, la gente a vivere le proprie strade, evitando quella sensazione di “coprifuoco” che sembra scattare dopo le otto di sera: dobbiamo pensare a come riattivare tutto ciò, a come intensificare iniziative come quella di stasera che però è stata finanziata, e siamo stati fortunati. Ci chiediamo: domani qualcosa del genere riuscirebbe a nascere direttamente dalla volontà di collaborazione popolare? La sfida diventa questa.

 

Mi sento spesso dire che sto iniziando con troppa irruenza, che dovrei tenere queste iniziative per il futuro: la nostra intenzione era però quella di essere attivi nei nostri progetti fin dall’inizio del mandato, e penso che ci siamo riusciti, oltre ad essere probabilmente l’unica Municipalità ad essere partita così velocemente con le iniziative popolari e di quartiere.

L’intento è iniziare a creare la collaborazione con i cittadini e provare a strutturarla anche giuridicamente per riconoscere alla cittadinanza dei poteri sul consiglio municipale che possono essere di proposta di delibera, di arredo, come di proposta su quel poco di bilancio di cui disponiamo.

Anche il coinvolgimento delle scuole e dei presidi, ad esempio, è centrale: questi sono dei soggetti fondamentali per un quartiere che in questo momento vive un momento di stagnazione, diversamente da altre zone della Municipalità come il Rione Sanità, invece in forte sviluppo.

È necessaria quindi una presa di coscienza reale dei cittadini e che ognuno si rimbocchi le maniche insieme alla Municipalità.

 

Un’ultima domanda: progetti futuri per questo quartiere più o meno a lungo termine?

 

Uno dei problemi principali di questa zona è che mancano le piazze, come luoghi fisici.

Dobbiamo quindi pensare, da qui a sei/sette mesi, quali devono essere, anche “creandole”.

Capodimonte ha il bosco, ma non ha una piazza di supporto.

I Colli Aminei hanno i bar che sono, certo, luoghi di aggregazione, ma non sono luoghi stabili in cui le persone si possono incontrare e guardare in faccia.

In un anno dobbiamo puntare ad avere due piazze per il quartiere, una a Capodimonte e una nella zona collinare.

Il Parco del Poggio è attivo un mese all’anno di sera, quest’anno dobbiamo cercare di estendere almeno a tre/quattro mesi la calendarizzazione di eventi culturali e soprattutto far sì che questi eventi diventino realmente vissuti dal quartiere. Stesso discorso valga per Villa Capriccio e per il parco di Via Nicolardi.

Parchi aperti almeno fino a mezzanotte non però con personale comunale chiamato solo ad aprire e chiudere i cancelli, bensì riuscendo a creare lavoro, per esempio prendendo in considerazione una delibera del Comune che dà la possibilità ai privati di installare delle piccole strutture, dei chioschetti - come è stato fatto ad esempio al parco Virgiliano – così da invogliare sia a tenere aperti questi luoghi, sia a fare un po’ d’impresa sociale.

 

In breve: se non si attiva un po’ di vera partecipazione, qui sopra non cambierà mai nulla.

 

 

Cristina Trey

Nicola Fratoianni: Bisogna tornare a investire sul Mezzogiorno

Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, ci parla di sinistra e meridione.


Cosa ne pensa della questione meridionale?

Penso che questione meridionale e il Mezzogiorno siano scomparsi dal lessico pubblico di questo paese, sono termini sconosciuti al gruppo dirigente renziano e a questo governo sul piano del linguaggio, del racconto pubblico e soprattutto delle politiche. I patti, o meglio pacchi, per il Sud altro non sono che la riproposizione di fondi europei già presenti privi di una strategia complessiva e ancora segnati dall’idea che il Sud sia come una palla al piede alla crescita italiana, mentre si dovrebbe rimettere al centro il Mezzogiorno a partire da politiche che investano sulle infrastrutture, ma anche sulle potenzialità creative e sul piano economico e industriale. Senza questo il paese non riparte.

Quali sono gli interventi prioritari per il Mezzogiorno?

Innanzitutto questo governo dovrebbe ricostruire una politica industriale, poiché il Mezzogiorno ha subito una politica industriale negli anni che hanno fatto del Sud una terra di rapina, nella quale grandi investimenti sono stati prima prodotti e poi dispersi e hanno lasciato spesso ferite molto rilevanti sul piano sociale e sul piano ambientale.
Poi ci vorrebbe una regia nella spesa dei fondi comunitari che, a partire dalle specificità territoriali, sia in grado di valorizzare le poche risorse disponibili, vista la riduzione costante dei finanziamenti centrali: bisogna tornare a investire sul Mezzogiorno, altrimenti il resto rischia di essere solo un po’ di vuota retorica.

Lei è stato assessore regionale in Puglia durante la giunta Vendola. Ritiene che ci siano attualmente laboratori politici al Sud in grado di proseguire quel percorso?

Non credo ci siano laboratori simili a quel percorso, che ha avuto per molti versi l’unicità di tenere assieme le innovazioni nelle pratiche amministrative con la costruzione di un disegno politico a tutto tondo, in controtendenza alle dinamiche di governo nazionali ed europee e conflittuale rispetto a queste. Tuttavia ci sono esperimenti che mi paiono molto importanti, penso a Napoli e all’esperienza del sindaco de Magistris, che sta provando a mettere in campo elementi di innovazione del punto di vista delle pratiche amministrative con elementi che chiamerei di disobbedienza ad alcuni processi del governo centrale, che tendono a ridurre l’autonomia dei territori in nome di processi di controllo verticale molto discutibili. Credo che l’esperienza napoletana nel Mezzogiorno e guardata dal Mezzogiorno sia oggi una delle esperienze più importanti e interessanti.

 

 

Ernesto Micieli