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Abbiamo incontrato Ivo Poggiani, presidente della III Municipalità di Napoli, in occasione della Pineta in "Festa, Farina & Folk", una giornata di musica e di rivalutazione del territorio che si colloca in un disegno più ampio di ricostruzione del tessuto sociale.


 

Quali sono le aspettative per questa serata?

 

È un test, si può dire che “rischiamo” a organizzare qualcosa del genere qui, in altre parti della Municipalità stasera avremmo contato cinquemila persone.

Ma proprio per questo motivo è importante insistere su questa zona, ora non ci resta che attendere la risposta della popolazione.

 

Quale è stata la parte più complicata da portare a termine nell’organizzazione di questa giornata?

 

Come al solito, le maggiori difficoltà nascono dalle procedure amministrative e dai loro tempi tecnici: siamo riusciti ad organizzare materialmente tutto nel giro di poco più di una settimana, compreso il rilascio dei vari permessi necessari come, per esempio, quello per la pedonalizzazione di quest’area [parte di Via dei Pini, dove si è tenuto l’evento, ndr].

La burocrazia non è velocissima, ma c’è stata una grande collaborazione da parte del Comune.

Un’altra difficoltà importante, che siamo però riusciti a superare in mattinata, è stato il coinvolgimento dei commercianti: è vero, è stato tutto organizzato in poco tempo, ma in futuro spero in una maggiore partecipazione.

Stamattina, invece, l’iniziativa [di piantumazione di alberi in Viale dei Pini, ndr] è andata benissimo, abbiamo anche avuto modo di ricordare Padre Vincenzo -recentemente scomparso-, una figura storica del quartiere, che ha sempre avuto a cuore la formazione della comunità.

Quindi ci siamo riuniti lo stesso, anche in un giorno di lutto.

 

In che modo questo genere di giornate può contribuire a rinsaldare l’identità di un quartiere, mettendone in luce gli aspetti migliori – anche riferendoci a quanto fatto con Sanità Tà Tà al rione Sanità lo scorso 8 Dicembre?

 

Spesso si dice che è molto difficile fare politica nelle periferie così come in quelle zone delle città che vivono le stesse problematiche, io penso che invece sia facilissimo: all’interno del quartiere Sanità c’è un forte attivismo, una rete già formata di cittadinanza attiva che si allarga sempre di più e che risponde con grande trasporto alle iniziative istituzionali. Siamo soddisfatti per aver generato una partecipazione e un’aggregazione che non si vedeva dalla Festa del Monacone.
Ma noi in fin dei conti cosa abbiamo fatto? Abbiamo chiuso una strada al traffico, montato cinque/sei palchi e trovato i fondi per finanziare il tutto: è la gente, sono i commercianti che hanno avuto un ruolo di primo piano in quest’operazione portando nelle strade della Sanità quasi diecimila persone.

 

Questa sera invece ci troviamo ai Colli Aminei, che è un quartiere totalmente diverso, cosiddetto “dormitorio”, ossia un quartiere in cui difficilmente la gente esce di casa dopo le otto di sera o frequenta le proprie strade: è molto più difficile.

La prima azione da fare è ricreare senso di comunità, fare rete sul territorio: abbiamo fatto un consiglio municipale di pomeriggio in una scuola, così come altre iniziative pubbliche.

Oggi siamo impegnati in questa festa perché speriamo che questo primo ciclo di quattro mesi di amministrazione si possa concludere con un momento forte sul quartiere, per richiamare tra gennaio e febbraio tutta l’aria collinare e stimolarla a creare un comitato, una struttura che possa coadiuvare e punzecchiare la Municipalità, così come il Comune e la Regione: una struttura di dialogo, come di supporto.

 

Infatti, in una Municipalità che conta diecimila abitanti i problemi non si risolvono con gli incontri dei singoli, ma è necessaria la creazione di momenti di partecipazione reale dove vengano definite le priorità: è necessario che i cittadini, le associazioni, i parroci si organizzino e sfruttino i propri canali per esercitare pressione sulle istituzioni preposte. Diversamente, è difficile che in un quartiere si riattivi un meccanismo di partecipazione.

 

Visti i recenti fatti di cronaca che hanno interessato i Colli Aminei, come pensa che dare vita ad un quartiere e riportare la gente a viverne le strade possa aumentarne la sicurezza?

 

Non credo nella militarizzazione dei quartieri, anche perché si riesce ad avere una grande attenzione delle forze dell’ordine durante un lasso di tempo relativamente breve.

Credo molto di più nella sicurezza sociale, nel creare alternative per i giovani, nel riportare, ripeto, la gente a vivere le proprie strade, evitando quella sensazione di “coprifuoco” che sembra scattare dopo le otto di sera: dobbiamo pensare a come riattivare tutto ciò, a come intensificare iniziative come quella di stasera che però è stata finanziata, e siamo stati fortunati. Ci chiediamo: domani qualcosa del genere riuscirebbe a nascere direttamente dalla volontà di collaborazione popolare? La sfida diventa questa.

 

Mi sento spesso dire che sto iniziando con troppa irruenza, che dovrei tenere queste iniziative per il futuro: la nostra intenzione era però quella di essere attivi nei nostri progetti fin dall’inizio del mandato, e penso che ci siamo riusciti, oltre ad essere probabilmente l’unica Municipalità ad essere partita così velocemente con le iniziative popolari e di quartiere.

L’intento è iniziare a creare la collaborazione con i cittadini e provare a strutturarla anche giuridicamente per riconoscere alla cittadinanza dei poteri sul consiglio municipale che possono essere di proposta di delibera, di arredo, come di proposta su quel poco di bilancio di cui disponiamo.

Anche il coinvolgimento delle scuole e dei presidi, ad esempio, è centrale: questi sono dei soggetti fondamentali per un quartiere che in questo momento vive un momento di stagnazione, diversamente da altre zone della Municipalità come il Rione Sanità, invece in forte sviluppo.

È necessaria quindi una presa di coscienza reale dei cittadini e che ognuno si rimbocchi le maniche insieme alla Municipalità.

 

Un’ultima domanda: progetti futuri per questo quartiere più o meno a lungo termine?

 

Uno dei problemi principali di questa zona è che mancano le piazze, come luoghi fisici.

Dobbiamo quindi pensare, da qui a sei/sette mesi, quali devono essere, anche “creandole”.

Capodimonte ha il bosco, ma non ha una piazza di supporto.

I Colli Aminei hanno i bar che sono, certo, luoghi di aggregazione, ma non sono luoghi stabili in cui le persone si possono incontrare e guardare in faccia.

In un anno dobbiamo puntare ad avere due piazze per il quartiere, una a Capodimonte e una nella zona collinare.

Il Parco del Poggio è attivo un mese all’anno di sera, quest’anno dobbiamo cercare di estendere almeno a tre/quattro mesi la calendarizzazione di eventi culturali e soprattutto far sì che questi eventi diventino realmente vissuti dal quartiere. Stesso discorso valga per Villa Capriccio e per il parco di Via Nicolardi.

Parchi aperti almeno fino a mezzanotte non però con personale comunale chiamato solo ad aprire e chiudere i cancelli, bensì riuscendo a creare lavoro, per esempio prendendo in considerazione una delibera del Comune che dà la possibilità ai privati di installare delle piccole strutture, dei chioschetti - come è stato fatto ad esempio al parco Virgiliano – così da invogliare sia a tenere aperti questi luoghi, sia a fare un po’ d’impresa sociale.

 

In breve: se non si attiva un po’ di vera partecipazione, qui sopra non cambierà mai nulla.

 

 

Cristina Trey