Lingua e Cultura

C'era una volta la Grande Dea: La donna di Ostuni e i sentieri interrotti dell'umanità

Potrei iniziare questo articolo dicendo che la prima grande e unica religione, comune a tutta l'umanità era una religione monoteista. No, non sto parlando dell'ebraismo, né tantomeno dell'islamismo o del cristianesimo. La prima grande religione, comune a tutta l'umanità, sin dalla sua nascita come specie, era monoteista, sì, ma il dio era una Dea.
Potrei dire così, ma lo farei soltanto per dare una vaga immagine, sapendo che né la parola "monoteista" né tantomeno la parola "religione" sono calzanti.
Monoteismo non è calzante perché il termine è impregnato della grande violenza insita nelle tre grandi religioni patriarcali a divinità rigorosamente maschile: il dio è uno, ma "in progress", per così dire, ovvero, "siamo in fase di distruzione di tutti gli altri dei esistenti e possibili". 
La Grande Dea è una di fatto e si coniuga in modi diversi nelle varie culture umane, rimanendo sempre la stessa, è la "dea dai mille nomi". 
Non va bene la parola religione, perché presuppone una ghettizzazione della spiritualità, una concezione di ciò che è sacro come separato da ciò che è profano. Ma non esisteva niente di tutto ciò. La Dea è ogni cosa: cielo, terra, cosmo e si manifesta in tutto ciò che si vede, si tocca, si ode, si intuisce. Perciò ogni persona, ogni cosa è, in quanto esistente, sacra, e ogni azione per ciò stesso è gesto rituale. 

In questo schema basilare si presentava la cultura umana in ogni dove dalla nascita della specie umana fino al 4000 a.C. circa, data di nascita del sistema patriarcale in alcuni punti del mondo, che portò con sé la violenza, la guerra e il dominio maschile.

È questa la conclusione sulla storia dell'umanità, che discende dai risultati indipendenti di molte discipline (archeologia, archeomitologia, antropologia, etnologia, folkloristica, geografia, genetica), poi correlatisi in un unico sistema coerente che spiega i bruschi cambiamenti nell'aspetto del mondo da molti punti di vista, nel corso degli ultimi millenni. 
Conclusione testimoniata tuttora dall'esistenza giunta ai nostri occhi "moderni", di società pienamente matriarcali in numerose zone del mondo, lontane dai grandi percorsi migratori che hanno portato al diffondersi del patriarcato: società egualitarie e pacifiche, fondate sull'esaltazione dei valori materni, dell'economia del dono e della cultura del consenso, in cui le donne costituiscono, per comune riconoscimento, il centro gravitazionale del gruppo sociale e della vita spirituale. 

 Dal punto di vista dell'archeologia, molti sono i ritrovamenti che testimoniano quello che ormai è da considerare un dato di fatto, ma una testimonianza è a mio avviso tanto pregevole quanto ignorata nel nostro paese: il magnifico ritrovamento della donna di Ostuni. 
Si tratta dello scheletro di una donna di circa 20 anni incinta di 33 settimane, sepolta 28.000 anni fa in posizione fetale, con una mano a proteggere il ventre, in una grotta per la quale è testimoniato in epoca storica un culto di Demetra e infine il culto della Madonna fino ai giorni nostri: la grotta, infatti, è oggi parte integrante del santuario di Santa Maria d'Agnano. 

Demetra, conosciuta come dea delle messi e in generale dell'agricoltura, porta nel nome l'etimo di "madre" ed è un'interpretazione greca della Grande Dea pregreca nella sua manifestazione come madre nutritrice degli uomini. Il culto della Madonna, d'altro canto, è notoriamente un culto della Dea Madre camuffato da culto cristiano.

La donna di Ostuni è sepolta con indosso quanto di più prezioso all'epoca si potesse trovare: il capo è infatti circondato da seicento conchiglie impastate con ocra rossa; si trova al centro della grotta, nello stesso punto dove, sparsi in tutta Europa e databili fino alla preistoria più recente, si trovano in tante altre grotte statuette rituali di divinità femminili. Non sorprende, poiché la grotta è un tipico luogo di culto delle civiltà matriarcali e la donna di Ostuni sembra essere sepolta lì come simbolo della Grande Dea. 

Oggi, al posto dello scheletro, che si trova insieme al suo feto al Museo di civiltà preclassiche della Murgia meridionale, c'è un calco realistico che rappresenta la donna così com'era stata sepolta: in posizione fetale, poiché la morte era (o forse è...) solo la porta verso la rinascita, il ritorno nel ventre della Dea Madre per essere partorito nuovamente.

Quello che la donna di Ostuni può dirci non può esaurirsi in questo articolo. Mi basterà rilevare che questo ritrovamento costituisce una quantomai spettacolare prova a favore della tesi del matriarcato come unica forma di socializzazione originaria dell'essere umano: una tesi che capovolge tutte le concezioni hobbesiane di un'umanità intrinsecamente violenta ed egoista, e di un mondo destinato ad essere e a ritornare sempre prevaricatore, e quindi, come da definizione, patriarcale.

 

Teresa Apicella

Van Gogh a Capodimonte: una mostra che sa di riscatto

Il Museo Nazionale di Capodimonte, situato nell’omonima collina napoletana, ospita nelle sue sale dal 7 febbraio fino al 26 dello stesso mese due capolavori del genio olandese Vincent van Gogh: Marina di Scheveningen e la Congregazione che esce dalla Chiesa Riformata di Nuenen”.

Ci raccontano i curatori della mostra che “le due tele sono fondamentali per la comprensione della prima stagione pittorica di van Gogh, precedente al soggiorno francese grazie al quale scoprirà la luce. Durante questi anni olandesi (1880-1885) il pittore si esercita nella pittura ad olio e nell’acquarello e guarda ai paesaggisti del Seicento olandese. Contemporaneamente è attratto dalle scene di vita contadina, esprimendosi con una pittura di nero realismo che tocca il vertice con i Mangiatori di patate”.

Ma, oltre all’altissimo valore artistico, questa mostra ha un altro significato più profondo, è “un gesto simbolico per dimostrare ai turisti e ai cittadini di Napoli e del mondo che questa non è una città assillata come tante altre dalla criminalità, ma anche un luogo vitale di cultura, di speranza e di riscatto”.

Il perché di questo riscatto sta tutto nella storia recente di queste tele. I due dipinti furono trafugati il 7 dicembre del 2002 dal Van Gogh Museum di Amsterdam da due uomini, arrestati e condannati l’anno dopo. Data la reticenza dei due a collaborare al ritrovamento dei dipinti, si perde ogni traccia per 14 anni fino a che, nel settembre del 2016, vengono ritrovati dalla Guardia di Finanza nel corso di un’operazione contro una banda internazionale di narcotrafficanti, presso una casa di Castellammare di Stabia.

Le due tele, attraverso un percorso ancora da definire, sono passate dalle mani dei due ladri a quelle della camorra, per poi essere ritrovate ed esposte al pubblico grazie ad un accordo tra Van Gogh Museum di Amsterdam, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e Turismo, Museo e Real Bosco di Capodimonte e finanziata dalla Regione Campania.

Una vittoria dello stato e della cultura contro un’organizzazione criminale che fa dell’assenza dello stato e della cultura la propria forza principale. Il male non può vincere, non deve vincere, ed ogni passo, anche piccolo, è una vittoria. E una vittoria che profuma di arte e cultura è la migliore per battere l’olezzo di “una montagna di merda”.

 

 

Ernesto Micieli

Come l'incuria e il Fascismo hanno messo in pericolo il greco d'Italia

Nel Meridione d’Italia si parla greco. È un fatto le cui radici precedono l’epoca più antica a cui si possa richiamare qualsiasi ideologia identitaria fondata sulla romanità.

Eppure questo fatto è stato nel corso dei secoli prima ignorato, poi ne è stata misconosciuta l’importanza.

Ancora oggi il greco è diffuso a macchia di leopardo in alcuni paesi del Salento (la cosiddetta Grecìa), in Puglia, e della Bovesìa, in Calabria; per un totale di poche centinaia di parlanti (numeri variabili a seconda degli studi) per entrambe le aree.

Prima di incominciare qualsiasi discorso è fondamentale specificare cosa si intende quando si dice greco: non stiamo parlando del greco che è oggi lingua ufficiale della Grecia; si tratta invece di alcune varietà di greco differenti e indipendenti dalla tradizione linguistica della Grecia.
Il greco che è oggi lingua di Stato della Grecia, infatti, è frutto di una standardizzazione operata sulla dimotik
í (lingua del popolo), riconosciuta nel 1970, con la messa da parte della katharevousa, ovvero un greco arcaizzante cristallizzato, allora lingua ufficiale, che si allontanava troppo fortemente dall’uso linguistico corrente.
Nulla di queste vicende politico-linguistiche ha riguardato invece l’Italia meridionale, le cui varietà sono, già solo per questo, un patrimonio unico e degno di tutela.

Ma la loro importanza non si riduce a questo, lo dimostra l’acceso dibattito sulla loro origine iniziato in epoca fascista.

Anche a causa del disinteresse che i numerosi dominatori che si sono avvicendati hanno avuto - eccezion fatta per la corte sveva di Federico II -, per la realtà linguistica e culturale del Meridione, la riflessione sul cosiddetto greco d’Italia, più correttamente grecanico, è stata per secoli povera e i suoi contenuti privi di interesse.

L’opinione più diffusa era che quest’ultimo fosse da ricollegare alle vicende dell’Impero Bizantino in quelle zone.
Tale opinione fu in auge soprattutto quando ci fu da unire l’Italia, o da annettere il Regno delle due Sicilie alla monarchia sabauda - fate voi! -, sulla base di una provvidenziale unione spirituale della penisola risalente alla comune romanità (ché schiava di Roma Iddio la creò!).    


L’idea di una grecità relativamente recente, da riconnettere in ultima analisi con un impero che, per quanto grecofono, non era altro che l’ultimo spezzone dell’Impero Romano, era comoda e perfettamente funzionale al corso che si voleva far prendere alla storia.
Ancor più cruciale fu quest’idea per il Fascismo, il cui esasperato centralismo e i cui rituali grotteschi erano interamente modellati su un particolare travisamento della cultura romana, il cui nucleo era identificato con Roma e la penisola italiana in quanto sua irradiazione.


Ci volle un linguista tedesco dalla cultura sconfinata, profondo e appassionato conoscitore della realtà linguistica e culturale della penisola, per gettare in campo un punto di vista nuovo, cui tutti sin dall’inizio avrebbero dovuto pensare.

E se il greco parlato in Calabria e in Salento non fosse retaggio di immigrazioni di epoca bizantina, ma fosse l’ultimo riflesso della grecità di Magna Grecia e di Sicilia?
Molti fatti porterebbero a dedurre questo. Lo dimostra Gerhard Rohlfs nel suo Griechen und Romanen in Unteritalien, del 1924.
Innanzitutto, il greco non sembra avere nel Meridione lo stesso status che hanno altre minoranze linguistico-culturali come quelle slavofone, provenzali e albanofone: queste ultime sono infatti delle vere e proprie isole, chiaramente frutto di immigrazioni medievali.

La grecità linguistica e culturale, invece, sembra fortemente cementata. I suoi influssi sono visibili nel lessico, nella struttura linguistica, nella toponomastica e nell’antroponomastica dei dialetti romanzi ad esse circostanti: segno che l’area del greco doveva essere molto più ampia di quella che possiamo osservare oggi.
Rohlfs escludeva decisamente la latinizzazione effettiva delle aree di tradizione greca, di cui metteva in risalto la sostanziale grecità.

Ciò che oggi (e all’epoca di Rohlfs) di quella grecità rimane è una piccolissima parte di un’area grecofona di cultura greca, che è documentata fino ad epoche tarde, di gran lunga posteriori all’epoca della presunta romanizzazione, per tutto il Meridione:

Nella Sicilia orientale il greco è attestato almeno fino al V secolo.  Strabone testimonia che nel I sec. greco si parlava - accanto al latino - a Napoli, Taranto e Reggio: e se nelle città il greco era diffuso, è ancor più verosimile che esso lo fosse nelle campagne, e ancora per lungo tempo.

Il greco è lingua ufficiale dei documenti pubblici in Calabria (fino a Catanzaro) e nel Salento fino alla fine del XIII sec; e fino alla fine del XIII sec. parlava greco la Sicilia nordorientale (attuale provincia di Messina)

 

Lo studio di Rohlfs ebbe l’effetto di una bomba lanciata tra le fondamenta del potere fascista e della legittimità di un’unità recente e piena di contraddizioni.

Il dibattito è così cruciale che non si è ancora del tutto spento, anche se si è ormai quasi del tutto risolto a favore della tesi del Rohlfs, a favore, quindi, della grecità profonda quantomeno del Salento, della Calabria e della Sicilia originaria.

Oggi il greco si parla:

-         In Calabria attorno a Bova, nella cosiddetta Bovesìa, con i paesi di Roccaforte, Rochudi, Condofuri e Gallicianò; la varietà di greco qui parlata si chiama bovese;

-         In Salento, nella cosiddetta Grecìa, nei comuni di Calimera, Martano, Sternatìa, Castrignano, Corigliano, Martignano, Zollino e Soleto; la varietà è chiamata griko.

 

La grecità come unità linguistica e culturale sopravvisse a lungo per via del prestigio che nutriva presso i Romani.

Ma, paradossalmente, proprio in nome di questi ultimi le politiche fasciste furono spietate nei confronti delle varietà grecaniche, ancor più spietate di quanto furono nei confronti dei cosiddetti dialetti - che dialetti non sono, ma questa è un’altra storia! -.

L’esistenza del grecanico appariva infatti come una bestemmia in faccia al mito della romanità, che il Fascismo così goffamente rincorreva.

Le comunità grecofone, già confinate in campagne, marginalizzate dalla storia, furono oggetto di stigmatizzazione.

I genitori bilingui tacevano il greco ai figli per evitare che lo imparassero e, trovandosi a parlarlo, si destinassero all’emarginazione. Presso molte famiglie il greco fu dimenticato.
Oggi vive in piccoli gruppi all’interno di piccoli paesi.

Oggi, per la prima volta, nelle scuole i paesi recuperano la loro grecità; si ricomincia a insegnare le varietà grecaniche.

Un orgoglio viscerale rifiorisce nei popoli; le persone, anche quelle che il greco ormai non lo parlano più, imparano le canzoni tradizionali, come la celebre taranta salentina.
L’importante, per trasmettere una lingua, è parlarla ai bambini; la loro mente farà il resto; e spero che i griki e i bovesi continuino a farlo!

Questa storia è un frattale di tanti torti che sono stati fatti nei secoli alle identità dei Meridionali, ma è anche un atomo di una possibile rinascita nell’autocoscienza.
Pensare di rincorrere un futuro, senza conoscere il proprio passato è delirio. Ogni passo su un sentiero scosceso dipende inesorabilmente dalla certezza dell’appoggio precedente.
E se questo concetto oggi non va di moda, ciò lo rende a maggior ragione vero.

 

 

Teresa Apicella

Italia multilingue: il Veneto approva il bilinguismo, ora tocca al Sud

Qualche giorno fa la regione Veneto ha riconosciuto legalmente con il ddl-116 il bilinguismo veneto/italiano sfruttando la legge quadro europea per la protezione delle minoranze nazionali. Ciò permetterà di insegnare la lingua veneta nelle scuole e di avviare un processo per cui l’intera vita civile si svolga in maniera bilingue.

Nel pieno della tradizione veneta questo viene collegato con il progetto di secessione, lo conferma Repubblica, titolando “Venexit” l’articolo a riguardo.
Ma è bene precisare che i temi di tutela della lingua non sono necessariamente da ricondurre a volontà separatiste.

I veneti desiderano però essere riconosciuti anche come minoranza etnica, dimostrando come al solito le basi kitch dei loro movimenti identitari, che ammiccano continuamente alla coscienza politica dell’analfabeta funzionale. Nel testo del disegno di legge infatti ci si richiama agli antichi Veneti, con i quali viene stabilita una fantomatica continuità.

Il problema di lingua e popolo in Italia è in realtà molto più complesso.
Loro non sono una minoranza etnica, o, se vogliamo ammettere che lo sono, lo siamo tutti in Italia. Non c’è bisogno di riesumare antichissime popolazioni con le quali non esiste alcuna continuità che si possa provare, per fare rivendicazioni identitarie.
L’Italia infatti è stata unita prendendo a modello un’unita etnico-linguistica che appartiene (o forse no) ad altri paesi europei, che non rispecchia per niente la complessità etnica di una penisola unita solo geograficamente.

Nonostante i caratteri puerili razzistoidi delle loro rivendicazioni, però, c’è molto da imparare dai veneti, che si sono sempre dimostrati capaci di badare ai propri interessi e di occuparsi di un patrimonio che lo stato italiano si rifiuta di tutelare.

Ma se la lingua veneta viene finalmente riconosciuta nella sua regione, com’è giusto che sia, è arrivato a maggior ragione il momento di riconoscere lingue come quella napoletana e siciliana, che vantano una splendida tradizione letteraria, insieme a tutte le altre lingue regionali della penisola.

Mi duole dirlo, ma la Lega ci dà stavolta un’importante lezione.    

Bisogna opporsi alla tendenza fascista di uniformazione linguistica e culturale, in un paese dove una storia millenaria ha tracciato solchi di differenze che costituiscono una ricchezza inestimabile, proprio oggi in un mondo che procede verso uno pseudo-cosmopolitismo sterile, dietro al quale si nasconde sempre la sopraffazione del più forte.

Non sono i Veneti ad essere una minoranza rispetto a una maggioranza che nel loro pensiero sarebbe tutta italiana.

È tutta l’Italia che deve essere ripensata sulla base della grande complessità contenuta al suo interno, stabilendo istituzioni ed insegnamenti scolastici che finalmente abbiano l’obiettivo di istruire i popoli su quello che realmente sono, e non di indottrinarli, modificando la loro lingua e i loro pensieri sul modello del vincitore di turno.

 Sarebbe questo l’esperimento di un paese veramente avanzato, che smettesse finalmente di guardare ai paesi esteri come a modelli vincenti.
Vincenti non lo sono, lo dimostra la deriva di disorientamento che il mondo diretto dal modello culturale anglosassone sta prendendo.
È arrivato il momento di proporre un modello culturale innovativo, non-oppressivo, un modello di  cui i popoli mediterranei, esercitati da millenni alla convivenza e allo scambio come nessun altro al mondo, potrebbero essere pionieri. 

 

 

Teresa Apicella