Politica

Stato d’assedio per il Sud: la geniale soluzione ai nostri problemi del Corriere della Sera.

Historia magistra vitae (la storia è maestra di vita) scriveva Cicerone nella sua opera “De Oratore”, ed Ernesto Galli della Loggia da bravo storico, in uno slancio neo-cialdinista, per risolvere i problemi del Sud attinge a piene mani dalla storia risorgimentale rivisitando in chiave moderna la lotta al brigantaggio.

In un articolo delirante e a tratti lombrosiano pubblicato sull’inserto settimanale “7” del Corriere della Sera propone, come cura dei mali che attanagliano il Mezzogiorno, lo stato d’assedio.

Chiarisce più avanti nell’articolo che lo stato d’assedio non deve essere tanto rivolto alla lotta alla criminalità organizzata, contro cui si sta facendo già abbastanza, ma all’eliminazione dell’illegalità diffusa, del degrado e/o sfascio ambientale, civile e culturale che costituisce il retroterra ideale per il proliferare delle organizzazioni criminali (viene da chiedersi il proliferare della ‘ndrangheta a Milano, giusto per fare un esempio, da quale substrato culturale sia favorito, nda).

A questo punto Ernesto Galli della Loggia ci fa un decalogo delle misure che il “generale Minniti” (sic) dovrebbe mettere in atto:

1)     accertamento capillare dell’autenticità dell’assicurazione Rc per tutti gli autoveicoli e motocicli in circolazione con sequestro e distruzione immediata di quelli non in regola (forse però non sa, o finge di non sapere, che al Sud i costi dell’Rc sono più alti, a dispetto di una popolazione mediamente più povera);

2)     avocazione alle prefetture della gestione delle gare per tutti gli appalti degli enti locali superiori a centomila euro (per evitare sprechi di denaro pubblico come l’EXPO di Palermo o il MOSE di Napoli);

3)     vasto controllo a campione nelle aziende agricole circa la regolarità contrattuale di tutti gli addetti e il rispetto delle condizioni di lavoro con sanzioni pecuniarie a partire da diecimila euro per quelle trovate in difetto (certo, il caporalato esiste in tutto lo stivale, ma da qualche parte bisogna pur iniziare);

4)     multa per le famiglie i cui figli hanno abbandonato il percorso scolastico (una scuola più inclusiva e una maggiore attenzione dello stato per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica sarebbe più utile, ma per farlo di dovrebbe investire al Sud, rompendo una tradizione che dura dal 1861);

5)     sequestro di ogni smartphone in possesso a giovani di età inferiore ai sedici anni (anche se sappiamo tutti che la rovina dei giovani è iniziata con i capelloni, la minigonna, il grammofono);

6)     distruzione immediata di ogni fabbricato, pertinenza, sopraelevazione, privo di regolare licenza edilizia (saranno esclusi gli abusi edilizi condonati tramite leggi promulgate da presidenti del consiglio brianzoli?);

7)     detenzione immediata della durata di tre giorni, a carico di chiunque venga sorpreso a gettare rifiuti propri in luoghi non idonei, e di sei mesi, con sequestro di eguale durata del veicolo, per chi trasporti i medesimi allo scopo di lasciarli in luogo non idoneo (poi eventualmente, se avanza tempo, si può pensare a tutte quelle imprese del Nord che pagano la criminalità organizzata per sversare i loro rifiuti al Sud); 

8)     ritiro perpetuo di licenza o autorizzazione di qualsiasi tipo per i proprietari di officine meccaniche responsabili di “truccare” veicoli o motocicli (così non avremo più motorini truccati che scippano donne truccate);

9)     sospensione d’autorità dei sindaci dei comuni dove la polizia urbana si dimostra incapace di far rispettare i regolamenti sul rumore, sul traffico e sull’occupazione del suolo pubblico (per eliminare finalmente la piaga che diffama la Sicilia e in particolare Palermo agli occhi del mondo: il traffico);

10)     devoluzione di tutte le somme incassate nelle attività repressive di cui sopra al miglioramento dell’edilizia scolastica (ma giusto perché fa molto intellettuale affermarlo).

Ora ovviamente qualcuno potrebbe pure chiedersi come mai un tale provvedimento debba riguardare solo il Sud e non tutto il paese. Ma essendo un fine intellettuale, l’autore non solo già prevede la domanda, ma ci dà anche la risposta: “Calma, cari concittadini. Innanzitutto vediamo i risultati, poi si decide”. Così, se si attuasse questo decalogo, finalmente noi terroni potremmo avere un ruolo nel progresso di questo paese: quello delle cavie.

 

Ernesto Micieli

La Napoli dei turisti rischia di diventare irriconoscibile: la proposta di Possibile per correre ai ripari

Strade caratteristiche tirate a lucido, tantissima gente di accenti diversi che si muove in gruppi compatti, armata di cappellini e crema solare; bar e ristoranti di lusso che si alternano a osterie di dubbio gusto e baretti dai prezzi alti ma di scarsissima qualità; in ogni dove negozietti asfittici pieni di souvenir e cianfrusaglie: riproduzioni scadenti di monumenti, calamitine, magliette, oggettistica da quattro soldi venduta a prezzi maggiorati. È il quadro del tipico centro storico di forte attrazione turistica così come siamo abituati a conoscerlo, un decadimento che consideriamo ormai inevitabile e mettiamo ormai in conto, quando ci spostiamo da casa nostra; così come mettiamo in conto di essere noi stessi assimilati a una marmaglia di cavallette che consumano e scappano via, i turisti del ventunesimo secolo.

Eppure Napoli era rimasta diversa. Aggirata dalle grandi tratte turistiche, che pure invadevano posti vicini quali Capri, Ischia, Positano, per via della cattiva fama che la tormentava, aveva potuto mantenere il proprio centro storico antichissimo così com’era sempre stato: non troppo pulito, non troppo ben intonacato, fatto di vicoli strettissimi dove i fili del bucato imitavano le fila delle relazioni umane degli abitanti che erano lì da secoli; pieno di botteghe di artigiani, ristoranti e ogni tipo di attività, che lavoravano per le persone del quartiere. Per essere una metropoli, importante centro di attrazione, Napoli aveva conservato, insomma, una continuità abitativa secolare nelle proprie zone storiche, che ne costituiva il peculiare carattere antropologico: evento straordinario nel panorama moderno, che era valso al suo centro storico l’inclusione tra i siti UNESCO.

Ma qualcosa è cambiato in questi ultimi anni nella fama della città anche grazie ad alcuni passi in avanti in questo senso fatti dall’amministrazione De Magistris.

Napoli sta venendo sempre più interessata dal turismo di massa.” riferisce la portavoce provinciale di Possibile Anna Starita “Stando ai dati di Federalberghi, nel giro di pochissimi anni c'è stato un vero e proprio boom di flussi turistici: siamo passati dalla media del 35% di camere occupate nel 2010, ai picchi dell'82 e del 90% dello scorso ottobre. Tra l'altro, questi dati non tengono conto di tutto quel mercato che è genericamente etichettato come "home sharing", ovvero quello delle piattaforme online come Airbnb o HomeAway e, sempre Federalberghi di fine 2016, a proposito del solo Airbnb, parla di 3040 inserzioni, ovvero di un aumento di almeno il 42% rispetto all'anno precedente.”

Un boom di presenze turistiche in città, a cui molti napoletani hanno reagito con un entusiasmo tutto sommato ingenuo: stanchi della marginalità economica forzata in cui Napoli è stata relegata ormai da tempo, stanchi della terribile immagine venduta in Italia e all’estero da una stampa e da una propaganda dalle intenzioni losche, molti si sono lasciati accecare da questo ‘attimo di notorietà’, vedendo nel boom turistico un elemento indiscusso di rivalsa, e sottovalutando le molte ombre di questo fenomeno, che pure iniziano oramai a mostrarsi chiaramente.

È ormai evidente, infatti, che il centro storico di Napoli sta vivendo una incipiente gentrification, ovvero un brusco cambiamento urbanistico e sociale di un’area urbana originariamente più o meno popolare, che la porta a divenire sempre più appetibile per le classi elevate e meno accessibile per le classi più povere:  a questo fenomeno segue in genere una totale trasfigurazione del luogo e il graduale abbandono dell’area da parte della popolazione storica, con conseguente ripopolamento da parte di ceti sociali elevati.

Segnali di questo tipo di processo si rilevano nel centro storico di Napoli, sito UNESCO: sono aumentati i casi di contratti d’affitto non rinnovati da parte dei vecchi locatari a causa del rincaro del canone. Molti dei locatari che avevano abbandonato l’appartamento hanno poi notato come gli appartamenti in questione finissero subito dopo su una piattaforma online per affitti a breve termine. Nel report di Federalberghi dell’ottobre 2016, intitolato “Sommerso turistico e affitti brevi”, si legge che sul principale di questi siti, Airbnb, sono presenti per la città di Napoli 3040 inserzioni (+42,3% rispetto ad ottobre 2015).

Ma la gentrification non è l’unico pericolo che il centro di Napoli sta correndo: un altro pericolo non meno grave è quello dell’elusione fiscale, facilitata dall’utilizzo delle piattaforme di hosting, in assenza di una chiara normativa regionale: pochi mesi fa, infatti, un’inchiesta de La Stampa, denunciava che meno di 1/5 di queste attività fosse censita dal Comune di Napoli.

Ancora, il 66,2% degli annunci riguarda intere abitazioni e l’84,4% è disponibile per più di sei mesi l’anno. 

Tutto ciò viene aggravato dal fatto che Napoli sta vivendo attualmente un’emergenza abitativa, con 1483 provvedimenti di sfratto emessi nel territorio comunale, che colpiscono una famiglia su 335, contro una media nazionale di una ogni 399.

Dal Comitato Gennaro Capuozzo di Possibile arriva il tentativo di correre ai ripari, presentando una petizione al Comune di Napoli, scritta da Guido Sannino e Antonio Prisco, che se accettatta, porterebbe a imporre agli hosts registrati:

  • Un limite temporale all’attività di locazione da parte dei privati, “per una permanenza minima di tre giorni e massima di novanta giorni”, con obbligo di recapito referente ospiti;
  • Un limite quantitativo relativo al numero di immobili locabili da ciascun privato, pari ad un massimo di 3 unità abitative;
  • L’applicazione della disciplina relativa al pagamento della tassa di soggiorno che per queste ultime è fissata a 1,50 euro per persona e per ogni pernottamento.

La petizione è la prima di diverse proposte, che avranno l’obiettivo di scongiurare la devastazione antropologica e culturale cui sono andate incontro altre città che hanno preceduto Napoli su questa pericolosa strada.

Il rischio per niente remoto è che venga dispersa per sempre una continuità abitativa e storico-antropologica secolare, per lasciar spazio alla consueta facies luccicante e scadente del centro di attrazione turistica.

“Le cose di cui abbiamo parlato hanno portato città come Barcellona e Venezia e Firenze, in Italia, che hanno vissuto queste dinamiche, ad essere svuotate dei centri storici, o, almeno, delle persone più povere che vi abitavano, perché chi è più ricco non ha problemi col costo della vita.” spiega Anna Starita “Il risultato è stato che i più poveri, appunto, sono stati “espulsi” verso le periferie. A noi fa ribrezzo Brugnaro, il sindaco di Venezia, che accoglie a braccia aperte speculatori finanziari, grandi catene alberghiere e note case di moda e non si interessa minimamente del fatto che Venezia abbia perso più di 32mila residenti nel giro di vent’anni, a causa del turismo di massa e delle rendite finanziarie e immobiliari che ha causato. Le città sono di chi le abita e quelle italiane hanno la particolarità per cui sono i loro abitanti, coloro che rendono vive certe abitudini quotidiane, tradizioni culturali, religiose e culinarie, assieme al patrimonio artistico-culturale, a formare un tessuto che caratterizza fortemente l’identità di questi luoghi. Ed è anche per questo che il centro di Napoli è patrimonio dell’UNESCO, per la straordinarietà della sua storia, dei suoi monumenti e dei suoi abitanti. Insomma, Napoli è dei suoi abitanti e vorremmo che le cose rimanessero così e si è napoletani non per un fatto di sangue, ma proprio per il senso di appartenenza ai costumi, alle usanze e alla memoria del passato della città, che sono una ricchezza unica. Una ricchezza che vogliamo tutelare e non ‘brandizzare’, come se si trattasse di un marchio sul mercato, sui cui, magari, qualcuno può speculare come hanno fatto, appunto, Brugnaro a Venezia e Renzi e Nardella a Firenze.”

Teresa Apicella

 Fonte dati: Possibile.com

 

Rivolta a Sud: la democrazia ce la insegna L’Espresso

 

Siamo sotto gli occhi di tutti. Ieri lo eravamo come costante oggetto di critica e paternalismo, per il nostro immobilismo di fronte a tutti i tristi eventi che ci hanno riguardato; oggi lo siamo per la nostra voglia di riscatto. Prima volevano insegnarci come risolvere i nostri problemi, da soli e senza aiuti, adesso che abbiamo deciso di prendere in mano da soli il nostro destino, vogliono dettarci la scala delle priorità.
È l’atteggiamento che si avrebbe verso una colonia economica e spirituale, che vuole svincolarsi dalla minorità.

Un esempio che stiamo vivendo in queste ore è l’editoriale de L’Espresso intitolato “Rivolta a Sud”, che ci fa l’onore della prima pagina, con un’immagine grottesca dell’Italia capovolta antropomorfa privata della Sicilia e della Sardegna. Il tutto di uno strano colore verde lega.
Mettendo insieme personaggi dalle idee e dalle storie politiche più o meno diverse, unite soltanto dall’essere meridionali, L’Espresso ci rivomita un’immagine di un leghismo in salsa meridionale, straccione e dalle idee confuse, frutto di un “vuoto politico” o un “cielo vuoto di ideali” e altri paroloni da pseudo-sinistra radical chic, e variazioni sul tema “dategli le brioches”.

Questo atteggiamento da parte della classe intellettualoide di questo paese presuppone un’ignoranza compiaciuta della situazione sociopolitica meridionale, risultato di una visione nordcentrica che non concepisce il Sud come entità storicamente e culturalmente diversa, bensì come un luogo strutturalmente minore e un eterno tema di serie b, indegno di qualsiasi sforzo e approfondimento.
Presupposto indiscusso è l’immagine dei cittadini meridionali come gregge di lazzaroni incolti, non in grado di decidere per il proprio bene e bisognosi di un pastore, possibilmente legato alle disgustose consorterie partitiche tradizionali, la cui dissoluzione sembra essere per i giornalisti italiani la grande tragedia del secolo.

Infatti, mentre è più che mai calzante dal punto di vista nazionale l’interpretazione postideologica, questa non è valida per alcune amministrazioni del Sud, come ad esempio l’amministrazione de Magistris, che è anzi neo-ideologica, nel senso che si presenta come una fucina di nuove idee, fenomeno che non si osserva in nessuna amministrazione del Centro-nord.

È un vulcano di idee non ancora completamente strutturate, che ha come fondamenta salde l’identità, il bene comune, la giustizia sociale, l'autonomia, che configurano un’ideale di società interconnessa e di democrazia partecipata, da contrapporre al pensiero unico dominante di un  centralismo e di un elitarismo sedicente illuminato.
Questa, che potremmo definire una nuova filosofia della gestione della cosa pubblica, lungi dall’essere espressione rozza di una fiumana di lazzari, è stata ideata e sostenuta da molti esponenti della classe intellettuale meridionale. Uno degli esempi più recenti è il libro in uscita “La città ribelle” di Luigi de Magistris, con i contributi dei famosi scrittori Erri De Luca e Maurizio De Giovanni.

Un’altra sottile e dannosa contraffazione della realtà, operata nell’editoriale, è quella di presentare la battaglia per il cambiamento della toponomastica e il più che legittimo ripristino della verità storica, come una ridicola velleità da Neoborbonici, quando le proposte avanzate su questo tema sono provenute in modo trasversale da esponenti di partiti che vanno dal centro-sinistra alla destra, passando per il Movimento5Stelle e i centri sociali.

Citiamo solo alcuni esempi: la proposta di ridenominazione del corso principale di Cava de’ Tirreni, strategico comune campano situato tra Salerno e Napoli, da Umberto I a Ferrante I d’Aragona, da parte della giunta di centro-sinistra; l’approvazione della mozione per l’istituzione del Giorno della Memoria per le Vittime del risorgimento,  avanzata in Basilicata dal Movimento5Stelle; la revoca della cittadinanza onoraria napoletana al generale Cialdini, proposta dal consigliere Pietro Rinaldi, di Napoli in Comune a Sinistra.

Potremmo continuare per pagine e pagine, scandagliando e contraddicendo punto per punto l’editoriale di questa domenica, ma ve lo risparmiamo, anche perché gli articoli, se letti con onesti sentimenti, privi di pregiudizi, parlano da sé.

Obiettivo di una stampa degna di questo nome dovrebbe essere quello di comprendere le diversità e utilizzare le chiavi di lettura più adatte per analizzare i fenomeni che caratterizzano le varie anime di un paese estremamente diversificato.

Certo, è difficile in un paese in cui la maggior parte delle testate e televisioni di diffusione nazionale è geolocalizzata al Centro-nord (più al nord che al centro), e si limita a ignorare l’esistenza del Meridione, o a denigrarlo, o, peggio, ad attribuirgli indiscriminatamente dinamiche tipiche dell’unica parte d’Italia che conosce.  

Il risultato è che la politica meridionale viene trattata come quella di un paese estero, in cui però non c’è alcun inviato sul posto.

 

Teresa Apicella, Ernesto Micieli

Il governo esclude il Sud dalla nuova via della seta: la Cina non è vicina

In un mondo in cui la parola d’ordine sembra essere “protezionismo” la Cina da un segnale di apertura, e lo fa rilanciando in un vertice internazionale tra 68 paesi rilanciando la storica “via della seta”.

Attualmente la principale porta per le merci cinesi in Europa è il Pireo, dove i cinesi con la COSCO hanno contribuito a risanare le casse elleniche con 368 milioni.

L’Italia, attraverso il premier Gentiloni, ha proposto un’alternativa allo scalo Greco: “Le ragioni storiche e geopolitiche, le relazioni che abbiamo con la Cina possono aiutare a cogliere questa occasione” ha dichiarato il premier da Pechino, aggiungendo, “Abbiamo un'offerta fortissima che viene soprattutto da Trieste e Genova che sono collegati con i corridoi ferroviari all'Europa. Ma anche di Venezia per ragioni culturali e turistiche. La nostra capacità portuale è lì”.

Peccato che il primo porto italiano per capacità portuale è Gioia Tauro, non presente tra quelli nominati dal Presidente del Consiglio, che si colloca anche al sesto posto tra i porti del Mediterraneo con i suoi 2,8 milioni di container scaricati nel 2016. Porto che potrebbe essere strategico per le merci provenienti dalle rotte che attraversano il canale di Suez sia per la sua vicinanza a questo rispetto ai porti spagnoli e francesi, sia per la sua posizione più centrale rispetto ad Atene.

Ma purtroppo la sfortuna di Gioia Tauro è quella di essere un porto calabrese, e come tutti i porti del Sud secondo il principio presente nel DEF, deve essere prevalentemente di tipo “trans-shipment”, ovvero quei porti dove i container vengono collocati su navi più piccole, mentre i più redditizi porti di tipo “gateway”, dove le merci vengono collocate direttamente sui treni, sono collocati al Nord.

Proprio per potenziare la linea ferroviaria fino a Gioia Tauro l’Unione Europea ha stanziato dei fondi, per il corridoio La Valletta – Helsinki, ma come al solito pare che lo stato italiano abbia altre priorità.

I porti del Nord guardavano con timore il raddoppio del canale di Suez (un po’ come un secolo e mezzo fa guardavano con timore l’apertura dello stesso canale), ma fortunatamente per loro le decisioni del governo e il mancato sviluppo delle infrastrutture ferroviarie al Sud non mettono a rischio la loro posizione, a costo di essere meno competitivi della Grecia.

Dura la reazione del presidente di Confindustria Campania Costanzo Jannotti Pecci, che definisce “inaccettabile ed incomprensibile la decisione del Governo di non puntare sulle regioni del Sud come Hub per la portualità commerciale di oltreoceano, nonostante molte di esse siano ricomprese, oltretutto, nel Corridoio Scandinavo-Mediterraneo previsto dalle Reti Ten che sembrerebbero, dalle dichiarazioni del nostro premier Paolo Gentiloni, essere alla base della individuazione dei porti italiani da ricomprendere nel piano in questione”.

Nel frattempo il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e la presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani ringraziano il premier per aver ribadito il ruolo strategico dei propri porti.

Anche i meridionali ringrazieranno?

 


Ernesto Micieli

Giustizia è fatta: il comune di Napoli revoca la cittadinanza onoraria a Cialdini

Il consiglio comunale della città di Napoli ha approvato all’unanimità un ordine del giorno, firmato dal consigliere Rinaldi (Napoli in Comune a Sinistra) avente come oggetto la “revoca del riconoscimento della cittadinanza onoraria al generale Cialdini”.

Il generale Cialdini si è macchiato di molte efferatezze durante l’invasione e la conquista del Regno delle Due Sicilie, come il massacro di Pontelandolfo e Casalduni o il bombardamento di Gaeta nonostante la roccaforte si fosse già arresa.

Già lo scorso dicembre il consiglio comunale aveva deliberato allunanimità la rimozione del busto di Cialdini.

Prima del voto, il sindaco è intervenuto dichiarando:
“Già mi sono attivato nei giorni scorsi per promuovere formalmente come sindaco la revoca della cittadinanza onoraria per Cialdini, ed è importante che oggi il consiglio comunale vada in questa direzione.

Questa amministrazione fin dal primo momento si è mossa dando un grande ruolo alla toponomastica, non come posizione meramente nostalgica o retorica, ma come fatto serio per cercare di mettere la storia al suo posto, e sicuramente mettere la storia al suo posto significa anche revocare la cittadinanza onoraria a Cialdini.

Noi continueremo in questa direzione, così come tra qualche giorno inaugureremo l’area dedicata ai martiri di Pietrarsa, perché il Mezzogiorno è fatto di una grande storia e di una grande dignità, come spesso ricordiamo con le Quattro giornate e non solo, e il futuro di una grande città si scrive anche dando alla storia il posto che merita. La toponomastica in questo ha un ruolo importante perché la gente quando vede un busto, una lapide o una strada, deve capire che la storia di Napoli è fatta in un certo modo”.

Il sindaco poi ha concluso sottolineando l’importanza del voto unanime per segnalare che “la città di Napoli ha revocato la cittadinanza a chi si è macchiato di crimini particolarmente orrendi nei confronti del popolo del Mezzogiorno d’Italia”.

 


Ernesto Micieli