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Dice un famoso proverbio che l’ospite dopo tre giorni puzza. Ma c’è un personaggio che da più di un secolo viene ospitato in tutto il Sud con strade, piazze e monumenti dedicati, e la cui presenza puzza dal primo giorno: il suo nome è Enrico Cialdini, generale dell’esercito sabaudo e criminale di guerra.

Cialdini è tristemente noto per la sua feroce guerra al brigantaggio, e in particolare per l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni nell’attuale provincia di Benevento.

L’antefatto fu l’occupazione di Pontelandolfo da parte dei briganti il 7 Agosto del 1861 e l’uccisione di 45 soldati dell’esercito unitario quattro giorni dopo.

Cialdini reagì con una furia e una spietatezza da ricordare l’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. L’ordine impartito al colonnello Negri fu chiaro: “Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”.

All’alba del 14 dello stesso mese, le truppe sabaude arrivarono nei due paesi, trovando Casalduni quasi deserto, perché avvertita la popolazione riuscì a fuggire. Stessa fortuna non ebbero gli abitanti di Pontelandolfo, i quali furono sorpresi nel sonno, trucidati e arsi vivi, come ci racconta Carlo Margolfo, soldato al servizio di Cialdini e testimone degli eventi: “Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l'ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l'incendio al paese. Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l'obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

Secondo le stime le vittime si aggirarono tra le cento e le mille.

Per queste ragioni ieri il consiglio comunale di Napoli ha votato all’unanimità, dimostrando tra le altre cose una maturità lontana dal tifo da stadio applicato alla politica che ci ha mostrato il dibattito nazionale post-ideologico degli ultimi anni, un ordine del giorno che prevedeva la rimozione del busto del criminale Cialdini dal palazzo della Borsa e l’approfondimento attraverso una commissione della questione risorgimentale.

In tal senso è eloquente l’intervento di Salvatore Pace di demA che dice: “È un impegno che non prendiamo verso il passato, ma verso il futuro”. 

Ripristinare la verità storica deve essere una priorità per il riscatto del Mezzogiorno, analizzando con serietà la nostra storia e liberandoci da un lato dalla colonizzazione culturale d cui siamo vittime, dall’altro da qualsiasi velleità neoborbonica o criptoleghista. Solo così possiamo tornare ad essere grandi.

 

Ernesto Micieli