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Strade caratteristiche tirate a lucido, tantissima gente di accenti diversi che si muove in gruppi compatti, armata di cappellini e crema solare; bar e ristoranti di lusso che si alternano a osterie di dubbio gusto e baretti dai prezzi alti ma di scarsissima qualità; in ogni dove negozietti asfittici pieni di souvenir e cianfrusaglie: riproduzioni scadenti di monumenti, calamitine, magliette, oggettistica da quattro soldi venduta a prezzi maggiorati. È il quadro del tipico centro storico di forte attrazione turistica così come siamo abituati a conoscerlo, un decadimento che consideriamo ormai inevitabile e mettiamo ormai in conto, quando ci spostiamo da casa nostra; così come mettiamo in conto di essere noi stessi assimilati a una marmaglia di cavallette che consumano e scappano via, i turisti del ventunesimo secolo.

Eppure Napoli era rimasta diversa. Aggirata dalle grandi tratte turistiche, che pure invadevano posti vicini quali Capri, Ischia, Positano, per via della cattiva fama che la tormentava, aveva potuto mantenere il proprio centro storico antichissimo così com’era sempre stato: non troppo pulito, non troppo ben intonacato, fatto di vicoli strettissimi dove i fili del bucato imitavano le fila delle relazioni umane degli abitanti che erano lì da secoli; pieno di botteghe di artigiani, ristoranti e ogni tipo di attività, che lavoravano per le persone del quartiere. Per essere una metropoli, importante centro di attrazione, Napoli aveva conservato, insomma, una continuità abitativa secolare nelle proprie zone storiche, che ne costituiva il peculiare carattere antropologico: evento straordinario nel panorama moderno, che era valso al suo centro storico l’inclusione tra i siti UNESCO.

Ma qualcosa è cambiato in questi ultimi anni nella fama della città anche grazie ad alcuni passi in avanti in questo senso fatti dall’amministrazione De Magistris.

Napoli sta venendo sempre più interessata dal turismo di massa.” riferisce la portavoce provinciale di Possibile Anna Starita “Stando ai dati di Federalberghi, nel giro di pochissimi anni c'è stato un vero e proprio boom di flussi turistici: siamo passati dalla media del 35% di camere occupate nel 2010, ai picchi dell'82 e del 90% dello scorso ottobre. Tra l'altro, questi dati non tengono conto di tutto quel mercato che è genericamente etichettato come "home sharing", ovvero quello delle piattaforme online come Airbnb o HomeAway e, sempre Federalberghi di fine 2016, a proposito del solo Airbnb, parla di 3040 inserzioni, ovvero di un aumento di almeno il 42% rispetto all'anno precedente.”

Un boom di presenze turistiche in città, a cui molti napoletani hanno reagito con un entusiasmo tutto sommato ingenuo: stanchi della marginalità economica forzata in cui Napoli è stata relegata ormai da tempo, stanchi della terribile immagine venduta in Italia e all’estero da una stampa e da una propaganda dalle intenzioni losche, molti si sono lasciati accecare da questo ‘attimo di notorietà’, vedendo nel boom turistico un elemento indiscusso di rivalsa, e sottovalutando le molte ombre di questo fenomeno, che pure iniziano oramai a mostrarsi chiaramente.

È ormai evidente, infatti, che il centro storico di Napoli sta vivendo una incipiente gentrification, ovvero un brusco cambiamento urbanistico e sociale di un’area urbana originariamente più o meno popolare, che la porta a divenire sempre più appetibile per le classi elevate e meno accessibile per le classi più povere:  a questo fenomeno segue in genere una totale trasfigurazione del luogo e il graduale abbandono dell’area da parte della popolazione storica, con conseguente ripopolamento da parte di ceti sociali elevati.

Segnali di questo tipo di processo si rilevano nel centro storico di Napoli, sito UNESCO: sono aumentati i casi di contratti d’affitto non rinnovati da parte dei vecchi locatari a causa del rincaro del canone. Molti dei locatari che avevano abbandonato l’appartamento hanno poi notato come gli appartamenti in questione finissero subito dopo su una piattaforma online per affitti a breve termine. Nel report di Federalberghi dell’ottobre 2016, intitolato “Sommerso turistico e affitti brevi”, si legge che sul principale di questi siti, Airbnb, sono presenti per la città di Napoli 3040 inserzioni (+42,3% rispetto ad ottobre 2015).

Ma la gentrification non è l’unico pericolo che il centro di Napoli sta correndo: un altro pericolo non meno grave è quello dell’elusione fiscale, facilitata dall’utilizzo delle piattaforme di hosting, in assenza di una chiara normativa regionale: pochi mesi fa, infatti, un’inchiesta de La Stampa, denunciava che meno di 1/5 di queste attività fosse censita dal Comune di Napoli.

Ancora, il 66,2% degli annunci riguarda intere abitazioni e l’84,4% è disponibile per più di sei mesi l’anno. 

Tutto ciò viene aggravato dal fatto che Napoli sta vivendo attualmente un’emergenza abitativa, con 1483 provvedimenti di sfratto emessi nel territorio comunale, che colpiscono una famiglia su 335, contro una media nazionale di una ogni 399.

Dal Comitato Gennaro Capuozzo di Possibile arriva il tentativo di correre ai ripari, presentando una petizione al Comune di Napoli, scritta da Guido Sannino e Antonio Prisco, che se accettatta, porterebbe a imporre agli hosts registrati:

  • Un limite temporale all’attività di locazione da parte dei privati, “per una permanenza minima di tre giorni e massima di novanta giorni”, con obbligo di recapito referente ospiti;
  • Un limite quantitativo relativo al numero di immobili locabili da ciascun privato, pari ad un massimo di 3 unità abitative;
  • L’applicazione della disciplina relativa al pagamento della tassa di soggiorno che per queste ultime è fissata a 1,50 euro per persona e per ogni pernottamento.

La petizione è la prima di diverse proposte, che avranno l’obiettivo di scongiurare la devastazione antropologica e culturale cui sono andate incontro altre città che hanno preceduto Napoli su questa pericolosa strada.

Il rischio per niente remoto è che venga dispersa per sempre una continuità abitativa e storico-antropologica secolare, per lasciar spazio alla consueta facies luccicante e scadente del centro di attrazione turistica.

“Le cose di cui abbiamo parlato hanno portato città come Barcellona e Venezia e Firenze, in Italia, che hanno vissuto queste dinamiche, ad essere svuotate dei centri storici, o, almeno, delle persone più povere che vi abitavano, perché chi è più ricco non ha problemi col costo della vita.” spiega Anna Starita “Il risultato è stato che i più poveri, appunto, sono stati “espulsi” verso le periferie. A noi fa ribrezzo Brugnaro, il sindaco di Venezia, che accoglie a braccia aperte speculatori finanziari, grandi catene alberghiere e note case di moda e non si interessa minimamente del fatto che Venezia abbia perso più di 32mila residenti nel giro di vent’anni, a causa del turismo di massa e delle rendite finanziarie e immobiliari che ha causato. Le città sono di chi le abita e quelle italiane hanno la particolarità per cui sono i loro abitanti, coloro che rendono vive certe abitudini quotidiane, tradizioni culturali, religiose e culinarie, assieme al patrimonio artistico-culturale, a formare un tessuto che caratterizza fortemente l’identità di questi luoghi. Ed è anche per questo che il centro di Napoli è patrimonio dell’UNESCO, per la straordinarietà della sua storia, dei suoi monumenti e dei suoi abitanti. Insomma, Napoli è dei suoi abitanti e vorremmo che le cose rimanessero così e si è napoletani non per un fatto di sangue, ma proprio per il senso di appartenenza ai costumi, alle usanze e alla memoria del passato della città, che sono una ricchezza unica. Una ricchezza che vogliamo tutelare e non ‘brandizzare’, come se si trattasse di un marchio sul mercato, sui cui, magari, qualcuno può speculare come hanno fatto, appunto, Brugnaro a Venezia e Renzi e Nardella a Firenze.”

Teresa Apicella

 Fonte dati: Possibile.com