Politica

Le verità che non ci dicono: come il Sud mantiene il Nord

Il Sud è da sempre penalizzato nella distribuzione dei fondi, negli investimenti e nell’innovazione. Ma come è possibile indirizzare le risorse per i servizi sociali essenziali in una parte del paese, a discapito di un’altra, mantenendo un’apparente imparzialità? Semplicemente scegliendo caso per caso diversi parametri che puntualmente avvantaggino il Nord.

Come già detto nell’articolo sul regionalismo differenziato, questi parametri non hanno nulla di oggettivo, sono semplicemente un modo per  giustificare agli occhi di un cittadino meridionale determinate scelte politiche, e in alcuni casi per perpetuare la retorica del Nord locomotiva d’Italia e del Sud zavorra del paese.

Un esempio è quello della sanità: i 108,6 miliardi vengono ripartiti tra le regioni avvantaggiando quelle con un maggior numero di anziani. In questo modo vengono penalizzate le regioni con una aspettativa di vita più bassa, quando sarebbe ovvio aumentare i fondi  per queste ultime dove si muore prima e quindi, presumibilmente, ci si ammala di più e più gravemente. Inutile dire che è il Sud a detenere questo macabro primato, Campania in testa.

Ma questo non riguarda solo la sanità, ma anche l’istruzione di ogni ordine e grado: la diseguaglianza accompagna il cittadino meridionale dall’asilo nido alla laurea!

Per gli asili nido sono stanziati 1,3 miliardi. Il parametro questa volta non è un ovvio indice di natalità, o il fabbisogno in base al numero di bambini da zero a tre anni, ma il numero di asili nido presenti. Chi non aveva asili nido continuerà a non averne.

A questo punto i fondi per l’istruzione: 1,5 miliardi. Qui il parametro scelto non cerca minimamente di omologare i livelli di prestazioni sociali, ma è calcolato in base alla spesa storica, che ovviamente è più alta al Nord.

E non va meglio agli universitari: dei 6,9 miliardi a disposizione degli atenei il costo standard per studente è calcolato sui soli studenti in corso, il valore per i fuoricorso è pari a zero. Al Sud la percentuale dei fuoricorso è maggiore.

Per quanto riguarda i trasporti invece, il fabbisogno è calcolato solo per i comuni che nel 2013 avevano il servizio. Lampante è il caso di Caserta che dei 900 milioni da distribuire non avrà nulla perché la società di trasporto pubblico locale era fallita.

La situazione diventa paradossale per quanto riguarda le strade: tra i parametri per ottenere finanziamenti per le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio (precisamente vengono elargiti 17,87 euro per occupato), per questo due città metropolitane simili per territorio, numero di abitanti e  numero di veicoli circolanti, Napoli e Milano, prendono rispettivamente 15 e 27 milioni, anche se le strade gestite dalla città metropolitana di Milano sono circa 800 chilometri, mentre quelle di competenza della città metropolitana di Napoli sono il doppio, 1629 chilometri.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi chi è la zavorra di chi. Ai posteri l’ardua sentenza.


Ernesto Micieli

Fonte: Il Mattino

Referendum: Si scrive regionalismo differenziato, si legge colonialismo interno

Il 4 dicembre gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum confermativo della riforma costituzionale attuata dal governo Renzi, referendum che non prevede il raggiungimento del quorum.

Le criticità di questa riforma sono molteplici e ampiamente dibattute, dal Senato di nominati alla compressione degli spazi per la democrazia diretta, passando per gli enormi poteri in mano all’esecutivo dovuti al combinato disposto con la legge elettorale; ma una questione di cui si parla poco rischia di essere una  pietra tombale per il Mezzogiorno, ovvero il cosiddetto regionalismo differenziato.

Leggendo infatti la riforma del titolo V balza subito agli occhi che molte delle competenze passano dalle regioni allo stato, andando di fatto verso un neocentralismo che mal si concilia con l’idea di autonomia che ci si aspetterebbe con l’istituzione del nuovo Senato “delle autonomie”.

Tra le materie che saranno di competenza dello stato troviamo l’ambiente, la gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione.

Questo accentramento rischierà di tagliare fuori dalle tratte aeroportuali e marittime la parte del paese considerata non strategica (ovvero, come l’ultimo secolo e mezzo ci insegna, il Sud) che rischierà di diventare sempre più periferica, e contemporaneamente non consentirà alle regioni di poter investire sulla produzione di energia pulita, sulle fonti rinnovabili e sulla tutela del proprio patrimonio ambientale, con buona pace della salute dei cittadini e dell’autodeterminazione dei territori.

Lo stato potrà di conseguenza decidere il modello di sviluppo di ogni regione, senza tener conto delle peculiarità storico-culturali dei territori e abolendo di fatto ogni forma di autonomia locale.

Infine, a rendere tutto questo ancor più insopportabile ci pensa l’articolo 116 della costituzione riformata dal governo Renzi, che dà la possibilità alle camere di attribuire particolari condizioni di autonomia alle regioni, anche su richiesta delle stesse, “purché la Regione sia in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.

Questo articolo, che prevede come metro di giudizio un parametro arbitrario che penalizza pesantemente il Sud, avrà come risultato che ci sarà una parte d’Italia, storicamente avvantaggiata da 150 anni, che avrà la possibilità di decidere autonomamente su molte questioni che vanno dalle politiche sociali a quelle del lavoro, e un Mezzogiorno sempre più colonia interna costretto ad aspettare con il cappello in mano decisioni che pioveranno dall’alto.

Per questa ragione chiunque abbia a cuore le sorti del Meridione non può che opporsi a questa riforma e votare NO, per un Sud libero di decidere autonomamente del proprio destino.

 

Ernesto Micieli