Politica

Non più briganti: il consiglio regionale della Basilicata istituisce il giorno della memoria

Dopo la decisione del consiglio comunale di Napoli sulla rimozione del busto del generale Cialdini e la delibera del comune di Casalduni che cancellava il nome di Garibaldi dalla toponomastica cittadina, in questi giorni i meridionali (e non solo) amanti della verità storica possono esultare per un'altra vittoria.

Il consiglio regionale della Basilicata ha infatti accolto la mozione dei consiglieri del Movimento 5 Stelle Pennino e Leggieri nella quale si chiedeva l’istituzione del “Giorno della memoria per ricordare gli eventi e i caduti del risorgimento italiano”.

Queste piccole vittorie, che possono sembrare secondarie, in realtà sono molto importanti per la ricostruzione di un’identità meridionale, mortificata dalle politiche degli ultimi 150 anni e dalla retorica che vede un Nord locomotiva d’Italia e un Sud zavorra, salvato dai Piemontesi, ingrato e sfaticato.

Il Sud può crescere, ma come un albero per farlo ha bisogno delle radici. E le nostre radici mai come in questo momento si stanno rivitalizzando. La voglia di verità e di riscatto è urlata a gran voce da tutti i meridionali, in maniera più o meno conscia.

Non a caso la data scelta per il giorno della memoria è il 13 febbraio, giorno della caduta di Gaeta, dopo tre mesi di assedio da parte dell’esercito piemontese guidato dal generale Cialdini, che mise la parola fine alla nazione duosiciliana.

La stessa mozione è stata presentata in Campania, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Lazio (ricordiamo che i distretti di Sora e Gaeta, e la parte orientale dell’attuale provincia di Rieti facevano parte delle Due Sicilie), al comune di Napoli e in Senato.

Si spera che a questa seguano altre iniziative, per potere un giorno conoscere, e perché no, riavere quel posto che la storiografia ufficiale e le politiche unitarie ci hanno negato per troppo tempo.

 

 

Ernesto Micieli

Giustizia per il massacro: il comune di Casalduni rimuove Garibaldi

 

 

Quello che è passato alla storia come Risorgimento si rivela sempre di più, se guardato con gli occhi privi dal pregiudizio di "era giusto e nobile unire l'Italia", "il momento storico lo richiedeva" e "alla fine nonostante tutto ci siamo andati meglio", un fenomeno che presenta molte più ombre che luci

Tacendo dei dubbi, che diventano oramai quasi certezze, sulla giustezza e utilità comune di un processo che, narrato come liberazione, è stato in realtà una guerra di conquista e, ammesso che ce ne siano, neanche delle più onorevoli; molte sono le nefandezze taciute dai libri di storia e dalla iperretorica narrazione ufficiale.

Nonostante tutto ciò sia storia dimenticata, per via di atteggiamenti ancora sudditi da parte delle scuole e di molti dei nostri conterranei, ci sono luoghi dove la storia brucia e richiede giustizia, dove è molto più difficile e molto più colpevole dimenticare. 

Il comune di Casalduni, paese arroccato su un monte nella provincia di Benevento, conta poco più di mille abitanti, ma l'attuale stato del paese è frutto di una ricostruzione e una ripopolazione, a seguito di un trauma storico di entità impressionante, soprattutto se si pensa che quasi nessuno oggi lo ricorda. 
Il paesino di Casalduni è stato, insieme al vicino Pontelandolfo, teatro di uno spietato massacro ordinato dal generale Cialdini ed eseguito dal colonnello Negri, cui fu assegnata Pontelandolfo, e dal maggiore Melegari, cui fu assegnata Casalduni. Si trattava di una rappresaglia perché le cittadine si erano sottratte al governo piemontese. 
I due paesi furono rasi al suolo, furono uccisi adulti e bambini; molte donne prima di essere uccise furono violentate; chi vi si era rifugiato fu arso vivo nella propria casa
Casalduni fu più fortunata, perché molti riuscirono a fuggire prima dell'arrivo dei soldati piemontesi, gli abitanti di Pontelandolfo furono sorpresi nel sonno.

Qualche giorno fa la giunta comunale di Casalduni ha fatto passare una delibera che sostituisce il nome di Salita Garibaldi, intitolata simbolo o di quel Risorgimento che a Casalduni costò l'annientamento, con Via don Vittorio Coletta, parroco del luogo rimasto nella memoria e nel cuore dei cittadini.

Non è l'unico gesto di omaggio alle vittime del massacro da parte di questa amministrazione, che annuncia a breve una nuova delibera che dedicherà alle Vittime dell'eccidio l'attuale Piazza Municipio. 

È un gesto coraggioso di orgoglio e coscienza che ci auguriamo faccia da apripista verso una ridenominazione delle strade e dei luoghi verso simboli meno controversi, che ricordino figure più vicine, su cui non aleggia l'ombra della violenza e della sopraffazione. 

 

Come Pontelandolfo e Casalduni il Meridione è una terra che tenta di risorgere, abbandonata e vilipesa, dalle proprie macerie, e ciò che raccontiamo in questo articolo è un segnale che il vento incomincia a cambiare. 

Teresa Apicella 

 

Referendum: Il Sud è Italia a giorni alterni

Scrive Chicco Testa su Twitter “Il sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenza (Sic!) e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C'è altro da aggiungere?”

In effetti c’è molto da dire su queste elezioni, a partire dalla distribuzione geografica del voto. Il NO, esclusi il Trentino-Alto Adige e le regioni “rosse” Emilia-Romagna e Toscana, ha vinto in tutte le regioni.

Ma, osservando le macroaree, notiamo una netta separazione del paese: il NO al Nord è intorno al 55%, al Centro 56% e al Sud al 68% (nelle isole viene superata la soglia del 70%).


Questo risultato è in parte spiegabile con la discesa in campo nel fronte del NO del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e del governatore pugliese Michele Emiliano, ma da solo questo non basta.

Subito dopo la pubblicazione dei risultati del referendum l'Italia si è divisa tra chi cantava vittoria (o tirava un sospiro di sollievo!) per la vittoria del NO, e chi elaborava la sconfitta del sì in vari modi. Uno di questi è stato, come già l'articolo de "Il Foglio"  preannunciava, insultare la parte d'Italia che ha fatto sì che il NO stravincesse, il Meridione.

Questa è una delle dinamiche che il Sud conosce bene: il Sud è Italia a giorni alterni, a volte a fazioni alterne.

È Sud, l'irrimediabilmente arretrato Sud, quando c'è da raccontare di malasanità, di malavita, di criminalità organizzata, di monnezza; improvvisamente, però, se una scrittrice americana si opera di appendicite al Cardarelli e ne decanta l'eccellenza, si parla di bella figura della sanità italiana. Quando c'è da appropriarsi delle origini greche, come in "siamo figli di Pitagora" di Little Tony o della canzone napoletana, il Sud diventa Italia.

Allo stesso modo, se si era per il NO e si scopre che i migliori risultati del NO sono stati in Sardegna, in Sicilia, in Campania, improvvisamente nella stampa il Sud diventa il miglior esempio di italianità, salvo venire dimenticato o diffamato il giorno seguente.

Già da tempo, in una Italia stantia dove il nuovo risulta essere una riproposizione della vecchio sotto abiti moderni, il Mezzogiorno si è rivelato a volte precursore di dinamiche poi estese a tutta la nazione, come nel caso dei Cinque Stelle in Sicilia, a volte laboratorio di nuove esperienze virtuose come nel caso dell’amministrazione Vendola in Puglia o dell’esperienza napoletana con de Magistris.

Anche in questo caso il Meridione ha decretato la fine di una stagione politica guardando forse più in là del resto dello stivale.

Sicuramente in questo divario sono entrate anche questioni di merito, come il regionalismo differenziato che veniva introdotto dalla riforma o la ripartizione delle risorse dei servizi sociali essenziali. Ma più di tutto ha influito il senso di abbandono da parte dello stato.

In un Sud fortemente penalizzato, e che ha ricevuto come risposta un’esortazione a non piangersi addosso, il sentimento di disaffezione per il governo è cresciuto portando ad un risultato sorprendente per entità.

E non è un caso se la Sardegna, che è vittima di queste dinamiche da prima del fatidico 1861, è stata la regione che più si è opposta, con il 71,5% dei voti contrari, a questa riforma.

La crisi di questi anni ha solo allargato la forbice economica e portato a scelte politiche di rottura, seppur spesso nell’alveo dei partiti nazionali, rispetto alla politica italiana, causata dalle diverse esigenze e dalle diverse sensibilità del Sud rispetto al resto del paese.

Il caso di Napoli è eclatante: nella prima città del Sud viene rieletto de Magistris, estraneo ai grandi partiti nazionali. Se paragoniamo questo alle elezioni milanesi, dove si sono ripetute dinamiche politiche vecchie di anni fossilizzate sul bipolarismo centrodestra/centrosinistra, ci si rende facilmente conto di quale parte del paese sia veramente aperta al rinnovamento.

Ma la cosa più fastidiosa è che, nella retorica politica, l’immagine che passa è quella di un Sud che vota bene quando serve, e di un Sud restio al cambiamento quando vota in maniera non conforme all’interlocutore di turno, trattamento che non viene riservato ad altre parti d’Italia.

Questo snobbismo unito alla percezione di non essere rappresentati comporta un sentimento di riscatto che si diffonde sempre di più nel Meridione, ma che al momento ancora non ha un nome sotto cui unirsi.

Quello che manca, però, da parte dei Meridionali, è la presa di coscienza dell'alterità e della novità delle esperienze che stanno vivendo. Ancora si tende ad autoattribuirsi i nomi che designano fenomeni della politica italiana (da Roma in su, si capisce), senza avere sempre la coscienza del fatto che al sotto dei nomi comuni si vive una realtà completamente diversa nei propri caratteri fondamentali, come diverse sono le origini storiche e sociali del Sud.

Chi nel resto d'Italia c'è veramente stato, però, vive spesso uno shock culturale, scopre che quell'unità cui ha sempre creduto non è altro che un prodotto libresco e mediatico, che ha sempre pensato se stesso con categorie altrui.

La sfida che ora attende il Sud è la presa di coscienza di questa alterità e del fermento che in essa sta nascendo.
Dobbiamo imparare a dare dei nuovi nomi alle cose, che rispecchino la loro natura, perché solo nominando si può afferrare i fenomeni e dare loro una direzione.

Concludendo, per rispondere alla domanda di Chicco Testa, sì, si può aggiungere che il Sud ha votato, ed ha votato per difendere i suoi interessi contro una riforma che rischiava di penalizzare e paralizzare ancora di più il mezzogiorno.

 

 

Teresa Apicella, Ernesto Micieli

Decisione storica: Approvata all'unanimità la rimozione del busto di Cialdini

Dice un famoso proverbio che l’ospite dopo tre giorni puzza. Ma c’è un personaggio che da più di un secolo viene ospitato in tutto il Sud con strade, piazze e monumenti dedicati, e la cui presenza puzza dal primo giorno: il suo nome è Enrico Cialdini, generale dell’esercito sabaudo e criminale di guerra.

Cialdini è tristemente noto per la sua feroce guerra al brigantaggio, e in particolare per l’eccidio di Pontelandolfo e Casalduni nell’attuale provincia di Benevento.

L’antefatto fu l’occupazione di Pontelandolfo da parte dei briganti il 7 Agosto del 1861 e l’uccisione di 45 soldati dell’esercito unitario quattro giorni dopo.

Cialdini reagì con una furia e una spietatezza da ricordare l’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. L’ordine impartito al colonnello Negri fu chiaro: “Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”.

All’alba del 14 dello stesso mese, le truppe sabaude arrivarono nei due paesi, trovando Casalduni quasi deserto, perché avvertita la popolazione riuscì a fuggire. Stessa fortuna non ebbero gli abitanti di Pontelandolfo, i quali furono sorpresi nel sonno, trucidati e arsi vivi, come ci racconta Carlo Margolfo, soldato al servizio di Cialdini e testimone degli eventi: “Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l'ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l'incendio al paese. Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l'obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava”.

Al termine del massacro, il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”.

Secondo le stime le vittime si aggirarono tra le cento e le mille.

Per queste ragioni ieri il consiglio comunale di Napoli ha votato all’unanimità, dimostrando tra le altre cose una maturità lontana dal tifo da stadio applicato alla politica che ci ha mostrato il dibattito nazionale post-ideologico degli ultimi anni, un ordine del giorno che prevedeva la rimozione del busto del criminale Cialdini dal palazzo della Borsa e l’approfondimento attraverso una commissione della questione risorgimentale.

In tal senso è eloquente l’intervento di Salvatore Pace di demA che dice: “È un impegno che non prendiamo verso il passato, ma verso il futuro”. 

Ripristinare la verità storica deve essere una priorità per il riscatto del Mezzogiorno, analizzando con serietà la nostra storia e liberandoci da un lato dalla colonizzazione culturale d cui siamo vittime, dall’altro da qualsiasi velleità neoborbonica o criptoleghista. Solo così possiamo tornare ad essere grandi.

 

Ernesto Micieli

Le verità che non ci dicono: come il Sud mantiene il Nord

Il Sud è da sempre penalizzato nella distribuzione dei fondi, negli investimenti e nell’innovazione. Ma come è possibile indirizzare le risorse per i servizi sociali essenziali in una parte del paese, a discapito di un’altra, mantenendo un’apparente imparzialità? Semplicemente scegliendo caso per caso diversi parametri che puntualmente avvantaggino il Nord.

Come già detto nell’articolo sul regionalismo differenziato, questi parametri non hanno nulla di oggettivo, sono semplicemente un modo per  giustificare agli occhi di un cittadino meridionale determinate scelte politiche, e in alcuni casi per perpetuare la retorica del Nord locomotiva d’Italia e del Sud zavorra del paese.

Un esempio è quello della sanità: i 108,6 miliardi vengono ripartiti tra le regioni avvantaggiando quelle con un maggior numero di anziani. In questo modo vengono penalizzate le regioni con una aspettativa di vita più bassa, quando sarebbe ovvio aumentare i fondi  per queste ultime dove si muore prima e quindi, presumibilmente, ci si ammala di più e più gravemente. Inutile dire che è il Sud a detenere questo macabro primato, Campania in testa.

Ma questo non riguarda solo la sanità, ma anche l’istruzione di ogni ordine e grado: la diseguaglianza accompagna il cittadino meridionale dall’asilo nido alla laurea!

Per gli asili nido sono stanziati 1,3 miliardi. Il parametro questa volta non è un ovvio indice di natalità, o il fabbisogno in base al numero di bambini da zero a tre anni, ma il numero di asili nido presenti. Chi non aveva asili nido continuerà a non averne.

A questo punto i fondi per l’istruzione: 1,5 miliardi. Qui il parametro scelto non cerca minimamente di omologare i livelli di prestazioni sociali, ma è calcolato in base alla spesa storica, che ovviamente è più alta al Nord.

E non va meglio agli universitari: dei 6,9 miliardi a disposizione degli atenei il costo standard per studente è calcolato sui soli studenti in corso, il valore per i fuoricorso è pari a zero. Al Sud la percentuale dei fuoricorso è maggiore.

Per quanto riguarda i trasporti invece, il fabbisogno è calcolato solo per i comuni che nel 2013 avevano il servizio. Lampante è il caso di Caserta che dei 900 milioni da distribuire non avrà nulla perché la società di trasporto pubblico locale era fallita.

La situazione diventa paradossale per quanto riguarda le strade: tra i parametri per ottenere finanziamenti per le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio (precisamente vengono elargiti 17,87 euro per occupato), per questo due città metropolitane simili per territorio, numero di abitanti e  numero di veicoli circolanti, Napoli e Milano, prendono rispettivamente 15 e 27 milioni, anche se le strade gestite dalla città metropolitana di Milano sono circa 800 chilometri, mentre quelle di competenza della città metropolitana di Napoli sono il doppio, 1629 chilometri.

A questo punto sorge spontaneo chiedersi chi è la zavorra di chi. Ai posteri l’ardua sentenza.


Ernesto Micieli

Fonte: Il Mattino