Sputtan Sud

Se diffami Napoli scatta la querela del comune

La stampa nazionale da anni ci ha abituato ad una visione stereotipata e negativa di Napoli (e del Sud in generale) descrivendo la città come un luogo di perdizione ormai irrimediabilmente spacciato.

Per anni il popolo napoletano ha dato credito a queste notizie credendo di vivere nel peggiore dei luoghi possibili, ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Tra un aumento delle fonti di informazione tramite il web e una presa di coscienza da parte della popolazione, uniti agli oggettivi miglioramenti della città spesso taciuti dall’informazione “ufficiale” o addirittura negati, ci si è resi conto che la realtà è profondamente diversa da quella che ci viene narrata e, a questa narrazione tossica, si è dato il nome di “sputtanapoli”.

Il comune di Napoli ha deciso in questi giorni di dare la possibilità ai cittadini di segnalare questi casi di diffamazione, che ledono all’immagine di una città che trova nel turismo una delle sue principali fonti di guadagno, attraverso l’istituzione dello sportello online Difendi la Città “Per raccogliere le segnalazioni dei cittadini napoletani relative alle offese contro Napoli, chiedendo attraverso gli uffici interessati precisazioni ed apposita rettifica ma eventualmente avviando, previa attenta valutazione dell'Avvocatura, iniziative legali per tutelare la reputazione di Napoli e del popolo partenopeo”. Dichiara il sindaco “La nostra non è affatto una insofferenza alle critiche delle quali abbiamo bisogno. Vogliamo solo difendere la città quando chiunque fa una ricostruzione contraria al vero”.

Ernesto Micieli

 

Del razzismo: la Lega, il Sud e la memoria

Il razzismo è un problema che attanaglia il mondo da troppo tempo: la presunta superiorità di una razza ha giustificato il perpetrarsi di nefasti crimini contro l’umanità ed ultimamente, come sempre nei periodi di crisi economica, si sta verificando un nuovo incremento del fenomeno; sono numerosi coloro che cavalcano l’onda dell’odio verso il prossimo per fini politici ed economici. Questo intenso sentimento di rabbia, riversato su chi è diverso da noi, cresce irrimediabilmente diventando in poco tempo l’unico vero collante della società in declino. Una guerra tra poveri che porta, come ulteriore conseguenza, all’affermazione di forze politiche nazionaliste e populiste generalmente sconfitte solo dalla borghesia che fa quadrato intorno ai propri valori moderati e si unisce nella scelta del male minore.

Quando ciò non accade può capitare che un personaggio di infimo lignaggio riesca ad ottenere il potere della “più grande democrazia occidentale”, con propositi che ricordano tanto quelli di un’epoca passata. In Europa, d’altro canto, non va meglio. Anche da noi, nel Vecchio Continente, abbiamo affrontato numerose crisi legate ai migranti, assistito a costruzioni di mura di filo spinato, alla chiusura delle frontiere e, soprattutto, alle tragiche morti che piangiamo troppo frequentemente nel Mediterraneo.

Anche in Italia siamo andati incontro ad una crescente ondata di razzismo cui nemmeno noi meridionali, storicamente più accoglienti, abituati alla presenza straniera e consci del dramma dell’emigrazione, possiamo considerarci immuni.  Stranisce ancor di più pensare che proprio al sud dovremmo comprendere bene il problema, essendo noi stessi vittime di un razzismo che potremmo definire “interno” che contrappone le due estremità del paese ma ormai tanto diffuso da dividere persino le regioni e le città del mezzogiorno. Eppure, come spesso accade, per far fronte al nemico comune ci si ritrova dallo stesso lato della barricata a combattere una battaglia. Questa parabola è ben rappresentata dal percorso politico della Lega, un tempo partito di rottura che puntava alla separazione della terra padana dal resto della penisola e che si è successivamente adeguato, per necessità di voti più che per una improbabile redenzione, spostando lo stigma sociale dal meridionale scansafatiche all’immigrato clandestino.

Sia chiaro: non che è che prima riservassero parole dolci ai “negher”; dopo  il 2013, però, era divenuta indispensabile una svolta politica, necessità dovuta prevalentemente al bisogno di rinnovarsi per riottenere i voti persi dopo anni di frequentazioni nei salotti buoni della tanto disprezzata Roma ladrona e dopo i numerosi scandali che hanno investito i vertici del partito del “prima il nord”. Così, magicamente ripulito dal vecchiume rappresentato da urlanti arruffapopoli lasciati ormai in disparte e scelto Salvini a capo del partito, la Lega da “etnonazionalista” divenne semplicemente “nazionalista”, passando ad un più pratico “prima gli italiani”.

I meridionali, fino ad allora disprezzati, divennero una importante fonte di voti: da nemico ad elettore, però, il passo è lungo, e fu necessario procedere per fasi. Non dovevamo essere più sporchi, meschini e mangiapane a tradimento: con abili mosse da voltagabbana il nuovo, giovane leader, che un tempo cantava cori da stadio contro i napoletani, cominciò col dire che non avevamo capito perché il vero cruccio suo e del partito non erano i meridionali tutti ma solo quelli scansafatiche, arrivando poi ad affermare che in realtà non siamo mai stati parte del problema perché ciò che, con la Lega, aveva sempre combattuto era solo la malapolitica che ci governa.

 

 Trovato il nemico comune nello spauracchio dell’euro, con le promesse di una sovranità monetaria, dando colpa all’Europa non solo dell’accoglienza incontrollata dei migranti ma anche dello spreco del nostro denaro fu finalmente possibile raccattare consensi anche nelle regioni al sud del Garigliano (senza, per la verità, raggiungere l’exploit sperato).

È da notare, però, ciò che si riesce a percepire andando oltre lo stridore di unghie sugli specchi che si sente dopo aver confrontato le dichiarazioni dell’epoca pre-salviniana e quelle più recenti, e concentrandosi solo su queste ultime: un rumore di fondo. È proprio il fruscìo del razzismo interno, quello verso il fratellastro italiano, prima cavallo di battaglia su cui puntare ed ora fardello di cui liberarsi, eppure sempre presente.

Il meridionale, si diceva, non è più imputato già colpevole. L’affrancazione, però, ha un costo ed affinché noi possiamo sentirci emendati da atavici misfatti è necessario che diventiamo rinnegati, schierandoci, in una lotta intestina, dalla parte del giusto contro gli altri: i meridionali parassiti. È necessario che impariamo a discernere, perché coloro che abbiamo scelto come rappresentati con libere elezioni sono espressione della parte peggiore di noi stessi, quella da asportare, il cancro che blocca la crescita del Mezzogiorno. E così ci si ritrova ad essere il paziente oncologico che ha ricevuto la terapia, ma non può liberarsi del male perché in realtà non ha ancora deciso di farlo. Insomma sembra che il nostro destino sia segnato: o con i propri aguzzini o in balia della nostra incapacità decisionale, il futuro del meridionale non può essere libero.

Il paradosso della vicenda risulta ancor più evidente se, andando poco più indietro nella storia della Seconda Repubblica, si considera che, per circa vent’anni, il Carroccio è stato parte integrante di una stagione politica caratterizzata da un governo nordcentrico, corrotto e colluso, nella quale il sud è stato colpevolmente abbandonato al proprio destino per favorire quel regime clientelare che tanti voti garantiva a Silvio Berlusconi grazie al quale molti esponenti politici della Lega hanno potuto occupare posti di responsabilità.

Tutto il percorso di crescita del partito, quindi, era ed è tutt’ora legato all’idiosincrasia del nord, nell’immaginario collettivo ricco, industrializzato, europeo, nei confronti di un sud straccione e poco aduso al lavoro ed al sacrificio. Ed in effetti la retorica del meridionale sfaccendato ha radici profonde nel tessuto culturale della nostra nazione ed ancora è piuttosto florida, tanto che persino nella lega “ripulita” degli ultimi anni trova ancora spazio.

Eppure, complice una memoria troppo corta ed in nome di qualche tipo di democrazia invocata un po’ a sproposito, anche da queste parti qualcuno ritiene che personaggi di tal fatta abbiano il diritto di esporre le proprie idee, ben più violente di qualsiasi forma di dissenso possa nascere nei confronti della Lega.

In realtà non dovremmo consentire all’insicurezza sociale percepita, all’agognata ripresa economica né ad alcunché di mitigare il nostro giudizio nei confronti di chi, per anni, ha portato avanti una politica non solo razzista e sessista, ma anche antimeridionale.

Perché ciò accada c’è bisogno che nasca un presidio di civiltà, ed è auspicabile che si cominci, in maniera compatta, dal nostro bistrattato Sud, allenando la memoria per sviluppare una coscienza collettiva che ricordi la storia e gli avvenimenti recenti, rivalutandoli se necessario, onde evitare di lasciar spazio a residuati fascisti ancora esistenti, il cui unico destino dovrebbe essere un rifiuto collettivo e definitivo.

 

Fabrizio Ferraro

Classifica de Il Sole 24 Ore: la qualità della vita è questione di soldi e numeri

Come ogni anno la classifica de “Il Sole 24 Ore” ci catapulta in una realtà disastrata: ci riscopriamo nuovamente abitanti di una città invivibile.


Sarebbe sciocco, in effetti, negare che Napoli viva delle criticità, per la verità di lunga data, alcune lungi dall'essere risolte. La qualità dei servizi è sicuramente migliorabile e purtroppo carenza di lavoro, economia sommersa e povertà mortificano quotidianamente gli abitanti della nostra provincia. In molti casi i numeri non mentono ma ragionando meglio sui dati non possiamo far altro che constatare che sono proprio gli indicatori economici a rallentarci.

Tra questi la disoccupazione, lo scarso numero di imprese, l'inesigibilità dei crediti ci ancorano al fondo in una situazione finanziaria generale non di certo florida. Chiaramente, in una provincia più povera, alcuni dati strettamente correlati alla ricchezza quali il reddito familiare, la spesa per viaggi all'estero, il numero di abbonamenti al teatro (anche questi considerati tra gli indicatori della qualità della vita) sono bassi, mentre l'emigrazione risulta in aumento. Purtroppo il trend negativo, ferma restando la crisi economica diffusa, difficilmente si invertirà se non con un aiuto statale (a Napoli ed al meridione tutto) non tanto in termini prettamente economici, quanto per quel che riguarda infrastrutture, trasporti e politiche del lavoro. Ciononostante permane la volontà imprenditoriale dei giovani, molto attivi, con un indice di "imprenditorialità giovanile" (giovani titolari o amministratori di imprese) vicino a quello delle altre grandi città ed alla media italiana.

Per quanto riguarda la nota dolente dell'ordine pubblico, sicuramente furti in casa, rapine, scippi sono presenti in numero elevato ma più basso se confrontato col risultato delle altre grandi città; neanche lontanamente vicino al medesimo parametro misurato nelle città con un numero di abitanti ridotto dove tra l'altro, ovviamente, il controllo della criminalità risulta più semplice.

I dati poco lusinghieri vengono dal turismo: abbiamo infatti poche strutture ricettive e, se paragonata a quella di altre città d'arte, la spesa dei turisti stranieri in città è ancora un po’ bassa.

Quello che è certo è che, a questa classifica, come a più riprese affermato anche dal Sindaco di Napoli, mancano degli indicatori, alcuni invero difficilmente definibili, quali la bellezza dei luoghi, la ripresa morale e l'aria di cambiamento che si respirano in città al netto delle mille difficoltà, le numerose iniziative culturali, il basso costo della vita.

Ciò che comunque lascia diffidenti è il valore assoluto che si tende a concedere a queste graduatorie che, ben lungi dal rappresentare una competizione campanilistica tra province, sicuramente devono essere utili per confrontarsi e comprendere alcune criticità del territorio a patto che l'analisi non sia solo numerica ma riguardi anche le cause, storiche e più recenti, delle difficoltà che i numeri, freddamente, esplicano.

 

 

Fabrizio Ferraro

Saviano, Napoli: la bellezza e la narrazione tossica

Ormai quasi quotidianamente viviamo, su giornali e telegiornali, social network ed affini, una nuova polemica su Napoli e sulla camorra.

Molto spesso l’artefice della polemica è Roberto Saviano, uno scrittore cui si riconosce il merito di avere, tra i primi e grazie ad un buon successo pubblicitario, nell’epoca della prima faida di camorra a Scampia e nel pieno del potere criminale dei clan dei Casalesi, quando l’argomento era ancora scottante, aver posto all’attenzione del grande pubblico le dinamiche che regolano la criminalità organizzata, utilizzando fatti di cronaca e colorandoli con un tocco noir ed un pizzico di autobiografia.

Dall’epoca molte cose sono cambiate: Saviano vive in esilio più o meno volontario, sotto scorta all’estero; la faida di Scampia è terminata e da poco ne è iniziata un’altra, altrettanto dolorosa, che coinvolge  il centro pulsante della città, nelle vie già teatro della guerra tra NCO di Raffaele Cutolo ed i Giuliano; strade che oggi, contemporaneamente, sono invase da una marea umana, pacifica, in cerca di bellezza.

Ancor oggi la narrazione di Saviano tende a sottolineare gli aspetti peggiori della cronaca cittadina, ponendosi in contrapposizione con quanti invece (sindaco in primis) tentano di esprimere il cambiamento del modo di vivere la città, esaltandone gli aspetti positivi, ove presenti, la gran voglia di riscatto, l’opera sul territorio delle associazioni anticamorra.

Se, in effetti, è vero che la cronaca ci spaventa raccontando di sparatorie e morti ammazzati, è pur vero che stiamo vivendo una riscoperta della città che ci rassicura con una crescita culturale che prima non c’era, corroborata da un flusso turistico mai così numeroso, alberghi pieni, mostre ed eventi: il cambiamento esiste, è lento e bisogna augurarsi che proceda perché lo zenit non è ancora stato raggiunto.

Affermare, come fa Saviano, che sia tutto uguale a prima è tendenzioso e l’errore principale è quello di porre sullo stesso piano le due questioni: che la criminalità organizzata abbia ancora potere è innegabile, esiste da tempo ed è radicata sul territorio, è un’impresa a tutti gli effetti e genera reddito. Sperare di ottenere un cambiamento in tempi brevi è quantomeno utopistico e valutarlo analizzando un solo parametro non è corretto, ancor più se si pensa che per quanto riguarda la pubblica sicurezza non c’è competenza diretta delle autorità locali.

Ed infatti per altri aspetti, non correlati, la città è cresciuta. Il rinascimento culturale coadiuvato dalla crescita turistica, però, può dare risultati solo sul lungo periodo e di certo non si può chiedere che siano solo i cittadini a ribellarsi autonomamente contro organizzazioni criminali strutturate che nemmeno lo Stato è in grado di sconfiggere.

Come spesso accade lo scontro dialettico che ne deriva è sopra le righe: ci si divide in fazioni e non di rado si arriva ad insulti che alzano il tono della conversazione, rendendo difficile estrapolare dei contenuti oggettivi. Quello che resta è che, in questo momento, a Napoli, convivono due realtà opposte eppure complementari: la nostra città, negli anni, ha sempre vissuto momenti di buio ed altri di luce; spesse volte era uno dei due elementi che sopravanzava l’altro, senza che questo scomparisse del tutto. Dialetticamente è difficile esprimere questo concetto in maniera pulita, senza che si venga tacciati di favorire l’uno o l’altro schieramento, quello del male-a-tutti-i-costi o quello del bene-sopra-ogni-altra-cosa, ma un dualismo così distinto non può descrivere una situazione tanto complessa.

La retorica del bene e del male, spesso, si scontrano sui luoghi comuni: ad atavica invivibilità, scippi, camorra si contrappone il panorama, la natura, la storia. Ovviamente nessuna delle due espressioni può prevalere sull’altra e non aggiunge né toglie nulla al dibattito sul miglioramento della città, ma sono facce differenti di una stessa medaglia: l’esasperazione; quella di chi vive una città difficile o magari è andato via senza voltarsi e quella di chi non vorrebbe mai andarsene ed è stanco di subire un certo tipo di informazione unidirezionale.

Spesso abbiamo dovuto renderci conto che la narrazione tossica degli eventi avvenuti in città portava a notizie parziali, esasperate, esposte in prima pagina; alle volte Napoli diventa metro di paragone negativo. Non ci si può sorprendere se la reazione, non certo intellettuale, a questo tipo di commenti sia di pancia, urlata, fondata su contestabili verità e poco argomentata. D’altro canto buona parte dei pregiudizi sono spesso superati dai fatti eppure continuano a vivere grazie alla sensazione, piuttosto provinciale e supportata da un certo tipo di cronaca, che le problematiche locali esistano perché correlate geograficamente ed intrinsecamente al nostro territorio.

Cosa resta di tutto ciò? Poco, invero. I problemi della città (che comunque nessuno ha mai avuto il coraggio di negare) non si risolveranno grazie a questa diatriba; Non sarà il racconto “Savianesco” o quello “Napulegno” a determinare le sorti della camorra, del traffico, del trasporto pubblico, temi di ben altro calibro.

Ciò che il dibattito può condizionare è, dal punto di vista turistico, l’appetibilità della città per la casalinga di Voghera e l’imprenditore di Milano, riducendo il tutto ad un dialogo tra borghesi per la borghesia. Oppure, ben più importante, il grado di civiltà e l’affezione verso la cosa pubblica da parte delle persone comuni che abitano la città.

Ma per farlo occorre un passo indietro, un discorso che sia costruttivo e non distruttivo, una narrazione che sia intellettualmente onesta.

Ed allora perché non provarci? Perché non cercare anche la positività delle piccole cose? Raccontare il bello significa dargli spazio e non spegnere la luce su ciò che non va. Resta per me la persuasione che se si insegnasse la bellezza alla gente, le si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà*.

*La citazione è tratta dal film “I Cento Passi”, Peppino Impastato non l’ha mai pronunciata. Credo comunque che esprima bene un concetto importante.

 

 

Fabrizio Ferraro