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Il razzismo è un problema che attanaglia il mondo da troppo tempo: la presunta superiorità di una razza ha giustificato il perpetrarsi di nefasti crimini contro l’umanità ed ultimamente, come sempre nei periodi di crisi economica, si sta verificando un nuovo incremento del fenomeno; sono numerosi coloro che cavalcano l’onda dell’odio verso il prossimo per fini politici ed economici. Questo intenso sentimento di rabbia, riversato su chi è diverso da noi, cresce irrimediabilmente diventando in poco tempo l’unico vero collante della società in declino. Una guerra tra poveri che porta, come ulteriore conseguenza, all’affermazione di forze politiche nazionaliste e populiste generalmente sconfitte solo dalla borghesia che fa quadrato intorno ai propri valori moderati e si unisce nella scelta del male minore.

Quando ciò non accade può capitare che un personaggio di infimo lignaggio riesca ad ottenere il potere della “più grande democrazia occidentale”, con propositi che ricordano tanto quelli di un’epoca passata. In Europa, d’altro canto, non va meglio. Anche da noi, nel Vecchio Continente, abbiamo affrontato numerose crisi legate ai migranti, assistito a costruzioni di mura di filo spinato, alla chiusura delle frontiere e, soprattutto, alle tragiche morti che piangiamo troppo frequentemente nel Mediterraneo.

Anche in Italia siamo andati incontro ad una crescente ondata di razzismo cui nemmeno noi meridionali, storicamente più accoglienti, abituati alla presenza straniera e consci del dramma dell’emigrazione, possiamo considerarci immuni.  Stranisce ancor di più pensare che proprio al sud dovremmo comprendere bene il problema, essendo noi stessi vittime di un razzismo che potremmo definire “interno” che contrappone le due estremità del paese ma ormai tanto diffuso da dividere persino le regioni e le città del mezzogiorno. Eppure, come spesso accade, per far fronte al nemico comune ci si ritrova dallo stesso lato della barricata a combattere una battaglia. Questa parabola è ben rappresentata dal percorso politico della Lega, un tempo partito di rottura che puntava alla separazione della terra padana dal resto della penisola e che si è successivamente adeguato, per necessità di voti più che per una improbabile redenzione, spostando lo stigma sociale dal meridionale scansafatiche all’immigrato clandestino.

Sia chiaro: non che è che prima riservassero parole dolci ai “negher”; dopo  il 2013, però, era divenuta indispensabile una svolta politica, necessità dovuta prevalentemente al bisogno di rinnovarsi per riottenere i voti persi dopo anni di frequentazioni nei salotti buoni della tanto disprezzata Roma ladrona e dopo i numerosi scandali che hanno investito i vertici del partito del “prima il nord”. Così, magicamente ripulito dal vecchiume rappresentato da urlanti arruffapopoli lasciati ormai in disparte e scelto Salvini a capo del partito, la Lega da “etnonazionalista” divenne semplicemente “nazionalista”, passando ad un più pratico “prima gli italiani”.

I meridionali, fino ad allora disprezzati, divennero una importante fonte di voti: da nemico ad elettore, però, il passo è lungo, e fu necessario procedere per fasi. Non dovevamo essere più sporchi, meschini e mangiapane a tradimento: con abili mosse da voltagabbana il nuovo, giovane leader, che un tempo cantava cori da stadio contro i napoletani, cominciò col dire che non avevamo capito perché il vero cruccio suo e del partito non erano i meridionali tutti ma solo quelli scansafatiche, arrivando poi ad affermare che in realtà non siamo mai stati parte del problema perché ciò che, con la Lega, aveva sempre combattuto era solo la malapolitica che ci governa.

 

 Trovato il nemico comune nello spauracchio dell’euro, con le promesse di una sovranità monetaria, dando colpa all’Europa non solo dell’accoglienza incontrollata dei migranti ma anche dello spreco del nostro denaro fu finalmente possibile raccattare consensi anche nelle regioni al sud del Garigliano (senza, per la verità, raggiungere l’exploit sperato).

È da notare, però, ciò che si riesce a percepire andando oltre lo stridore di unghie sugli specchi che si sente dopo aver confrontato le dichiarazioni dell’epoca pre-salviniana e quelle più recenti, e concentrandosi solo su queste ultime: un rumore di fondo. È proprio il fruscìo del razzismo interno, quello verso il fratellastro italiano, prima cavallo di battaglia su cui puntare ed ora fardello di cui liberarsi, eppure sempre presente.

Il meridionale, si diceva, non è più imputato già colpevole. L’affrancazione, però, ha un costo ed affinché noi possiamo sentirci emendati da atavici misfatti è necessario che diventiamo rinnegati, schierandoci, in una lotta intestina, dalla parte del giusto contro gli altri: i meridionali parassiti. È necessario che impariamo a discernere, perché coloro che abbiamo scelto come rappresentati con libere elezioni sono espressione della parte peggiore di noi stessi, quella da asportare, il cancro che blocca la crescita del Mezzogiorno. E così ci si ritrova ad essere il paziente oncologico che ha ricevuto la terapia, ma non può liberarsi del male perché in realtà non ha ancora deciso di farlo. Insomma sembra che il nostro destino sia segnato: o con i propri aguzzini o in balia della nostra incapacità decisionale, il futuro del meridionale non può essere libero.

Il paradosso della vicenda risulta ancor più evidente se, andando poco più indietro nella storia della Seconda Repubblica, si considera che, per circa vent’anni, il Carroccio è stato parte integrante di una stagione politica caratterizzata da un governo nordcentrico, corrotto e colluso, nella quale il sud è stato colpevolmente abbandonato al proprio destino per favorire quel regime clientelare che tanti voti garantiva a Silvio Berlusconi grazie al quale molti esponenti politici della Lega hanno potuto occupare posti di responsabilità.

Tutto il percorso di crescita del partito, quindi, era ed è tutt’ora legato all’idiosincrasia del nord, nell’immaginario collettivo ricco, industrializzato, europeo, nei confronti di un sud straccione e poco aduso al lavoro ed al sacrificio. Ed in effetti la retorica del meridionale sfaccendato ha radici profonde nel tessuto culturale della nostra nazione ed ancora è piuttosto florida, tanto che persino nella lega “ripulita” degli ultimi anni trova ancora spazio.

Eppure, complice una memoria troppo corta ed in nome di qualche tipo di democrazia invocata un po’ a sproposito, anche da queste parti qualcuno ritiene che personaggi di tal fatta abbiano il diritto di esporre le proprie idee, ben più violente di qualsiasi forma di dissenso possa nascere nei confronti della Lega.

In realtà non dovremmo consentire all’insicurezza sociale percepita, all’agognata ripresa economica né ad alcunché di mitigare il nostro giudizio nei confronti di chi, per anni, ha portato avanti una politica non solo razzista e sessista, ma anche antimeridionale.

Perché ciò accada c’è bisogno che nasca un presidio di civiltà, ed è auspicabile che si cominci, in maniera compatta, dal nostro bistrattato Sud, allenando la memoria per sviluppare una coscienza collettiva che ricordi la storia e gli avvenimenti recenti, rivalutandoli se necessario, onde evitare di lasciar spazio a residuati fascisti ancora esistenti, il cui unico destino dovrebbe essere un rifiuto collettivo e definitivo.

 

Fabrizio Ferraro